«Nel trattato d’Antioco coi Romani, riferito da Polibio e Tito Livio (scrive C. Cantù, alla cui Storia degli Italiani debbo parecchie notizie per questo mio libro), si stipula che il tributo si paghi in talenti attici di buon peso, e che il talento pesi ottanta libbre romane. Sapendo d’altro luogo che il talento era seimila dramme, otterremo il peso della dramma = grani 82 1⁄7. Il talento attico può approssimare a lire seimila.»[60]
La esistenza constatata in Pompei di due publici alberghi, l’uno detto di Albino e l’altro di Giulio Polibio e di Agato Vajo, scoperto il primo nel 1769 e l’altro nel successivo anno, mi trae a dire di altra istituzione che s’ha ragione di supporre esistente in Pompei, quella, cioè, della posta.
Imperocchè nel primo singolarmente, dove vedesi una porta larga undici piedi e mezzo colla soglia senza scaglione e piano, accessibile quindi a’ veicoli, si rinvennero ruote, ferri e bardamenti di cavalli e si ritenne però che qui potesse sostare la posta. Svetonio nella vita di Ottaviano Augusto, rammenta come questo imperatore la stabilisse sulle vie consolari, con rede, essede e plaustri, e vi attivasse corrieri in tutte le mansiones, che così appunto appellavansi le stazioni postali. Siffatto sistema, prestando fede ad Erodoto, sarebbe stato imaginato dai Persi, e Senofonte lo conferma narrando di Ciro che nella spedizione contro gli Sciti, fissasse le poste del suo reame circa cinquecento anni avanti Cristo. Tiberio avrebbe d’assai vantaggiata l’introduzione d’Augusto; vuolsi anzi vi ideasse forme analoghe alle nostre. — In quest’albergo di Albino la posta doveva avere la sua mansione; a differenza dell’albergo di Giulio Polibio e Agato Vajo, nel quale trovato essendosi gli avanzi di tre carri, — i cui cerchi di ferro si conservano al Museo Nazionale di Napoli — con fontane e abbeveratoj di animali e questa iscrizione:
C . CVSPIVM . PANSAM
ÆD . MVLIONES . VNIVERSI
AGATO . VAIO
coll’altra sottoposta:
IVLIVS . POLIBIVS . COLLEGA . FECIT[61]
si è già indotti a credere che fosse meglio uno stallazzo da mulattieri.
Con ciò per altro non credo sostenere che a questa istituzione della posta, valevole al trasporto de’ passeggieri, quella fosse pure congiunta del trasporto regolare delle lettere, come si vede praticato in oggi; perocchè questa bella ed utilissima invenzione de’ cui vantaggi tutta gode presentemente la parte civile del mondo, non fosse ancor conosciuta, venendo assegnata ad epoca d’assai posteriore ed a merito de’ Veneziani. V’erano bensì staffette, latinamente dette veredarii, ma queste non portavano che i publici dispacci. I privati, che volevano carteggiare co’ lontani, doveano quindi servirsi con grave loro spesa di messi appositi, detti tabellarii, ossia portalettere, o procacci, come più propriamente qui dovrebbesi dire[62].
Meglio posso dire della lingua che si parlava in Pompei. Ben osservò Gibbon come i Romani fossero così persuasi della influenza della lingua sui costumi nazionali, che più seria cura di essi fosse quella di estendere col progresso delle loro armi l’uso eziandio della loro lingua[63], e sappiamo anzi a proposito dal summentovato Svetonio, come l’imperatore Claudio degradasse un ragguardevole greco perchè non sapesse la lingua latina[64].
Se la lingua di Cicerone e Virgilio — sebbene con qualche inevitabile miscuglio di corruzione — fu così universalmente adottata sin nelle province dell’Africa, della Spagna, della Gallia, della Britannia e della Pannonia; se della sola Spagna ebbe la latinità que’ chiari scrittori che furono i due Seneca, Marziale, Lucano, Columella e Quintiliano, è presto argomentato com’essa divenisse per tutta Italia non solo la lingua ufficiale, ma ben anco la parlata ed anche in Pompei fosse, nella classe almeno meglio educata, la più generalmente usata.