Taluni per altro pretesero voler desumere da ciò che da queste classi meglio educate pur si usasse del greco idioma, che dunque fosse l’antica lingua parlata in Pompei, e trarne perfino illazioni intorno alle origini; ma non credo che ciò sia esattamente vero. Imperocchè il succitato Gibbon giustamente osservasse come la vittoriosa Roma fosse ella stessa soggiogata dalle arti della Grecia. «Quegli immortali scrittori — scrive egli — che fanno ancora l’ammirazione della moderna Europa, presto divennero l’oggetto favorito dello studio e dell’imitazione nell’Italia e nelle province occidentali. Ma non portavano danno le geniali occupazioni dei Romani alle radicate massime della loro politica. Mentre si riconoscevano le bellezze della lingua greca, sostenevano la dignità della latina; e l’uso esclusivo della seconda fu conservato inflessibilmente nell’amministrazione sì del governo civile che del militare. I due linguaggi esercitavano nel tempo istesso la loro separata giurisdizione per tutto l’impero; il primo come naturale idioma della scienza, il secondo come il dialetto legale degli atti publici. Quelli che univano le lettere agli affari erano egualmente versati nell’uno e nell’altro, ed era quasi impossibile in qualunque provincia di trovare un suddito romano di una educazione liberale, che non sapesse nel tempo stesso la lingua greca e la latina.»[65]

Così può spiegarsi il promiscuo uso in Pompei dei due linguaggi, senza per questo correre a diverse supposizioni. Piuttosto ammetteremo che l’origine osca degli abitatori di Pompei, da me riferita, venisse attestata dalle molte iscrizioni trovate negli scavi e di cui si hanno dotte interpretazioni nel Giornale di essi che si stampa a Napoli, e se devesi ritenere quanto con certo fondamento si sostiene da parecchi scrittori e dal Fontanini che il popolo non si valesse nel famigliare linguaggio della lingua latina, ma sì de’ dialetti speciali, come si sa che infatti antichissimi fossero il Sabino, l’Etrusco ed il Veneto, io credo che una prova di tale opinione si abbia in ciò che i Pompejani alla loro volta avessero conservato il dialetto osco e lo parlassero volgarmente. Detti e motti graffiti in questa lingua sulle muraglie delle case suffragano validamente una tal prova.

Se latina era dunque la lingua generalmente parlata dalle classi più elevate, e se osca quella usata dal basso popolo in Pompei; latina era pure quella che generalmente solevano scrivere e l’ufficiale; non escludendo per altro che gli uomini più letterati si servissero assai della greca, quantunque meno frequentemente negli ultimi tempi che in addietro.

A ciò attestare, si rinvennero negli scavi tanto d’Ercolano che di Pompei, più per altro in quella città che in questa, non pochi papiri, i quali, appunto perchè nella più parte riflettenti studj, anzichè atti o scritture attinenti agli affari, furono nella massima parte dettati nella lingua greca[66]. Sebbene codesti molti cimelj non abbiano ancora di assai avvantaggiata la storia od altro ramo dello scibile umano; tuttavia non è detto che quegli che non sono per anco svolti e pubblicati non abbiano ad essere di maggiore interesse.

Ho detto svolti, perchè quali vennero trovati, non figurano che altrettanti pezzi di carbone, così resi dalle ardenti materie onde furono avvolti, nè par vero che siasi potuto vincere la loro rigidità e spiegarli e renderli atti alla lettura. C. Rosini aveva nel 1793 in Napoli edito due tomi di questi scritti ercolanesi sotto il titolo Herculanensium voluminum quæ supersunt. Il Canonico De-Jorio fin dal 1823 in Napoli nella sua Officina de’ papiri ne fece la descrizione e più Volumi di que’ papiri trascritti sono omai fatti di pubblica ragione; qualche migliajo ancora attende la medesima sorte. De Mürr fin dal 1804 aveva in Parigi pur mandato per le stampe un suo commento intorno ai papiri greci scoperti in Ercolano De papyris seu voluminibus herculanensibus commentatio, e Hayter in Londra nel 1810 un suo lavoro dal titolo A report upon the herculaneum manuscript.

Si sa che i papiri e le pergamene fossero la carta usata più comunemente in que’ tempi per le scritture: quelli costituiti da fili di un giunco cresciuto sulle sponde del Nilo, avente un tal nome e però d’origine egizia; questa di pelle per lo più ovina e derivante il suo nome da Pergamo, città dell’Asia Minore, dove fu prima usata; le tavolette cerate, di cui tanto sovente si fa cenno nelle opere antiche, erano per le più brevi scritture, e chi volesse poi avere più particolareggiate notizie Dello scrivere degli antichi Romani, consulti le dottissime dissertazioni edite con questo titolo da Stefano Morcelli[67].

Egli mostra come fossero fatte queste tavolette incerate che i greci chiamavano πίνακίδης, o anche δηλτωι dalla loro forma simile alla lettera Δ, e come vi si andasse sopra con lo stilo o grafio, il quale solcando la cera a guisa di aratro la terra, diede origine fra’ latini al vocabolo figurato exarare in significato di scrivere, vocabolo che non è per anco bandito dal linguaggio de’ nostri curiali, che bene spesso scrivono esarare una dichiarazione, un atto, e va dicendo.

I biglietti che si spedivano allora così esarati sulla cera, come vedremo nel venturo capitolo, riferendo una lettera di Plinio il Giovane, appellavansi codicilli e i pugillares, di cui parla lo stesso autore nella lettera del libro I delle sue Epistole, contenendo le suddette tavolette o codicilli, corrispondevano, per un certo rispetto agli odierni portafogli, poichè servivano a piccole scritture e annotazioni, non mai ad opere di lunga lena[68].

Le città della Magna Grecia, tra cui, come sa il lettore era Pompei, ricevendo in tutto l’intonazione da Roma, come nella cultura e nel gusto, derivando usi e costumi di colà, ne parteciparono anche al lusso sfrenato.

Già ho detto della quantità e sontuosità delle ville de’ più facoltosi romani che principalmente possedevano ne’ dintorni di Pompei o nel golfo napolitano. Lucullo nella vicina Baja profuse tesori: si sa che le sue cene in Apolline costassero la bagatella di trentaduemila lire odierne l’una e non occorreva per esse che avesse convitati: a Baja stessa forò un monte per derivar l’acqua marina alla sua piscina; Irzio spese dodici milioni di sesterzi a nutrire i suoi pesci, pei quali la sua villa fu venduta per dieci milioni dei nostri. Argomenti da ciò il lettore del resto. Siffatto spreco degli epuloni romani portato in provincia era contagioso: perchè i ricchi di Pompei non lo avrebbero adottato?