Gli scavi ci hanno rivelato pitture e statue di sublime lavoro, ornamenti d’oro e gingilli, progresso dell’arte e dell’industria; ma io ne tratterò in separati capitoli, perocchè valga il prezzo dell’opera il conoscerne i migliori capolavori. Il Museo Nazionale di Napoli ne va ricco e costituiscono tutta una storia. Monili e braccialetti, orecchini ed anelli vi sono leggiadrissimi e tali da cui l’industria odierna potrebbe cavarne un eccellente partito, e si sa dal trattato delle pietre preziose di Plinio come fossero anzi gli antichi più avanti di noi. Marziale ci ricordò come le dita de’ ricchi del suo tempo si empissero di anelli ed anzi se ne avesse più d’uno per falange, o per articolazione:
Sardonicas, smaragdos, adamantos, jaspidas uno
Portat in articulo.[69]
Si sa che Lollia, gentildonna romana, comparve ad un banchetto adorna per otto milioni di perle, delle quali le romane caricavano perfino i calzaretti. Caligola ne fregiava le prore delle navi e Nerone i letti delle sue lascivie. Nè si creda valessero meno dell’oggi, se una sola fu comprata con sei milioni di sesterzj.
Non parlerò qui de’ bagni, degli aromi ed essenze che si prodigavano, chè m’avverrà di trattarne, meco guidando il lettore alla visita delle Terme, cui consacrerò speciale capitolo, e così de’ banchetti e d’ogni altra ghiottornia e lautezza, entrate ne’ costumi pompejani.
Pur degli spettacoli dirò in altro capitolo e vedrà il lettore come teatri, comico e tragico, e anfiteatro avesse Pompei, e comunque città di terz’ordine, vi esistesse ludo di gladiatori, serragli di belve riservate al circo; nè farà più maraviglia il vedere i pompeiani sorpresi dal cataclisma mentre erano accolti nel vasto anfiteatro, se la libidine di congeneri passatempi veggiamo solleticata ne’ più strani modi in tutto il mondo romano; così che a’ giorni di Nerone[70], a cui ci ha pur condotti la narrazione, rappresentandosi sul teatro l’Incendio del vecchio Afranio, si diè fuoco davvero alle case e gli istrioni lasciaronsi padroni di saccheggiarle; e alla rappresentazione del Prometeo si chiuse con un vero supplizio; quella di Muzio Scevola col bruciarsi uno schiavo la destra, e un leone avvezzato a divorar uomini, il fè nel circo con tanto garbo, che il popolo, cui fu presentato dall’imperatore, ad una voce implorò per esso la libertà.
Ma io stavo per dimenticarmi di accennare che quest’imperatore era il buon Marco Aurelio, colui la cui filosofia è giudicata una continua aspirazione al bene de’ suoi simili e ne’ suoi precetti vi è tanta cristiana umiltà; che il cardinal Barberini, voltandoli nella volgar lingua, la traduzione dedicasse all’anima sua «per renderla più rossa che la sua porpora allo spettacolo delle virtù di questo gentile.»
Nè di tutti i costumi pompejani presumo esaurir qui l’argomento, che altri risulteranno menzionati nel restante dell’opera, nè volli, qui del pari toccandone, per amor d’ordine, che mi si accusasse dipoi di inutile ripetizione.
Come in qualunque altra parte d’Italia e d’altre nazioni, anche in Pompei viveva in mezzo ai suddetti ordini cittadini e in mezzo a quel civile reggimento, senza parteciparne ai diritti ed ai benefici, una infelicissima classe di uomini, diseredata e tenuta nè più nè meno di cosa, a’ quali eran devoluti i pesi maggiori sociali, che si compravano e si vendevano come giumenti a’ prezzi non di molto maggiori, che servivano nelle case, a’ capricci spesso di stolti e di violenti padroni, infrenati da una disciplina severa e crudele, dalle leggi autorizzata. Questa classe era quella degli schiavi. Per la più parte Barbari prigionieri per vicenda di guerra usi a vita indipendente e impazienti di vendicarsi a libertà. Nelle scorse pagine vedemmo come tentassero ben due volte in massa di rompere i ceppi e per ciò dessero grande travaglio alla Repubblica. Cesare dalla Gallia ne aveva menati, stando a Plutarco ed Appiano, un milione; Lucullo dal Ponto ne traeva tanti da venderli quattro dramme l’uno, cioè meno di quattro lire per testa: una dramma era nello stesso campo di Lucullo venduto un bove[71], e Augusto ne scendeva dalle montagne de’ Salassi ben quarantaquattromila.
Mimi e gladiatori da rallegrar circhi ed arene, amanuensi a copiare, grammatici a corregger libri, danzatrici e suonatrici di flauto, o come in Grecia, appellavansi auletridi, ad allietare i banchetti ed a provocare orgie e lascivie, si avevano per lo più da questa povera gente, e Pompei questi costumi divideva con tutto l’orbe romano, e vi cresceva stimolo la mollezza del clima, ond’ebbero infausta celebrità gli ozj campani.