In Pompei inoltre la coltura de’ campi era interamente affidata agli schiavi ed erano questi i più infelici. Sorvegliati da altri schiavi tenuti dal padrone in miglior conto, o da’ liberti, che erano stati schiavi un giorno e fatti poi liberi, severi castighi subivano se recalcitranti o infingardi.
Dai vigneti coltivati per essi ottenevansi quelle uve, d’onde que’ vini di Pompei, che al dir di Plinio[72], ebbero fama tra i meglio accreditati, che non erano bevibili che vecchi di dieci anni, e pur tanto focosi che chi ne beveva, restava molestato dai dolori di capo sino all’ora sesta del dì seguente. Certo è che oggidì la natura di questi vini ha mutato. Persuaso di quel vecchio proverbio:
.... si Romæ vivis, romano vivito more,
nello asciolvere all’albergo del Sole in Pompei, chiesi del vino paesano, nè fu causa che mi desse al capo. Gli è tuttavia ne’ dintorni, alle falde del Vesuvio, che si spreme il famoso Lacryma Christi.
Abbondante del resto la vendemmia, come in tutte le terre vicine al Vesuvio e fin su sulle sue pendici; onde L. Floro, estasiandosi innanzi a questi luoghi, dicesse la Campania, di cui questa parte che si specchiava nel Tirreno era la gemma, la plaga più bella d’Italia non solo, ma dell’Universo, dove in nessun luogo vi fosse cielo più dolce, terra più ubertosa e dove duplice pei fiori la primavera e i monti rivestiti di viti e bellissimo fra tutti il Vesuvio: e Marziale giugnesse a dire, che il Vesuvio verdeggiante per pampinose ombre e la nobile uva dando laghi di vino, paresse che gli Dei del piacere e dell’allegria, abbandonate le più care lor sedi, venuti fossero a dimora sui gioghi del Vesuvio. Uditene i versi che riporto dal Libro IV de’ suoi Epigrammi, sotto il n. 44:
Hic est pampineis viridis Vesuvius umbris;
Presserat hic madidos nobilis uva lucus.
Hæc juga, quam Nisæ colles, plus Bacchus amavit,
Hoc nuper Satiri monte dedere choros.
Hoc Veneris sedes, Lacedæmone gratior illi,