Hæc locus Herculeo nomine clarus erat[73].

Così Pompei era del pari celebre per le sue pere e ne forniva le più ricercate mense, come Tivoli le poma; ferace per le messi e per gli ulivi, e gli scavi ci hanno dato saggi di frumento ed olive appunto, come altri molti frutti sia naturali che preparati, pane, focaccie ed altrettali leccornie; nè parrà vero che mentre tutti questi camangiari appajono anneriti e bruciati dalle ardenti ceneri onde furono investiti, parte del grano rinvenuto conservasse tuttavia la proprietà vitale, e seminato, malgrado fossero trascorsi più che diciassette secoli, germogliasse e porgesse la propria spica e le olive fossero conservatissime ancora nell’olio.

Virgilio nelle Georgiche aveva la fertilità di queste terre celebrato in questi versi:

Quæque suo viridi semper se gramine vestit,

Illa tibi lætis intexet vitibus ulmos

Illa ferax oleæ est: illam experiere colendo

Et facilem pecori, et patientem vomeris unci.

Talem dives arat Capua et vicina Vesevo

Ora jugo[74].

Dalle onde poi del Tirreno, che baciavano, frangendosi, il piede alla voluttuosa Pompei, il pescatore pompejano, tra i cento svariati pesci traeva in copia il Garo, che or non saprebbesi designare con nome conosciuto, e con esso facevasi colà il caviale liquido, che nella bassa Italia si fa tuttavia. «Evvi, dice Plinio, un altro genere di liquore assai ricercato, al quale si è dato il nome di garum: esso è composto d’intestini di pesci o d’altre parti che sarebbero diversamente a gittarsi, e che si fanno macerare nel sale in guisa che divenga l’effetto della putrefazione. Questo liquore componevasi una volta col pesce che i Greci chiamavano garon»[75]. Lo stesso Plinio attesta che Pompei andasse assai lodata, come Clazomene e Lepti, per il garo[76].