A questo quadro manca ancor qualche cosa e me lo richiama l’argomento stesso delle vie, dal quale non sono uscito per anco. Quelle orme profonde e que’ solchi che in più luoghi si veggono del pavimento di esse, impressi dalle ruote dei veicoli, oltre quelle osservazioni che superiormente ho già fatte, mi suggeriscono altresì a dir qui delle carrozze e vetture che si usavano in Pompei.
Sorpasso dall’occuparmi delle quadrighe e bighe, quali usavansi negli spettacoli dell’anfiteatro e ne’ trionfi, poichè non sia questa la opportunità, nè de’ carri, plaustri o carrette pel traffico quotidiano, facile è il supporne la sussistenza e la forma: mi riduco però a intrattenere il lettore delle vetture destinate all’uso de’ grandi e cittadino.
Innanzi tratto concedo il primo posto alle Tense (tensa o thensa). Era il più spesso un carro di gala tirato da animali, cavalli od elefanti, come si vede in una medaglia di Nerva, sul quale si trasportavano le immagini degli Dei al pulvinare nei giuochi circensi. Se ne servivano anche gli Edili in certe solenni occasioni. Cicerone ne parla nella terza Verrina, cap. 59 e Svetonio nella vita di Augusto, cap. 43.
Le più sontuose e più costose carrozze erano le pilente, d’invenzione spagnuola secondo alcuni, tosca secondo altri, e dalla greca parola πιλος, dalle pelli o dalla lana onde solevansi coprire, reggevansi su quattro ruote, come apprendiamo da un luogo di Tito Livio[146] e da Virgilio in que’ versi:
. . . . . castæ ducebant sacra per urbem
Pilentis matres in mollibus[147]
e se ne servivano per lo più nelle feste publiche e ne’ giuochi; ma quella che più era in uso fra cittadini più facoltosi, allorquando erano soli, chiamavasi biga col nome stesso del veicolo che si adoperava nel circo e sorreggevasi da due ruote. La larghezza dell’asse di codesti veicoli può pur adesso misurarsi dagli spazj lasciati dai massi o dadi di pietra che a’ principj delle vie formavano coi rialzi dei margini laterali.
Le matrone ordinariamente servivansi di una carrozza, tirata per consueto da un pajo di mule, che per lo più aveva bensì due ruote, ma teneva comodità maggiori di star meglio adagiate, riparate da una tenda e da cortine, colle quali si poteva chiudere davanti, e denominavasi carpentum. Properzio pure così ne fa menzione:
Serica nec taceo volsi carpenta nepotis[148].
Impiegavano eziandio una specie di lettiga, vasta sedia portatile più comodamente disposta che le vetture moderne, poichè chi l’occupava poteva coricarsi a suo bell’agio, in luogo d’essere scosso e trabalzato perpendicolarmente. Era altresì nell’uso la sella, specie di que’ sedioli che per lo passato abbiamo avuto noi pure ed in cui si assidevano al par di noi.