Di un’altra carrozza, rheda, da cui forse venne il nome alle redini che dirigono i cavalli, d’origine gallica, a quattro ruote, si giovavano per viaggi, o per escursioni alla campagna: essa conteneva agevolmente tre o quattro persone ed era fornita di cortinaggio, che si poteva sollevare secondo volontà e prestavasi anche al trasporto di provvisioni. Cicerone in una delle epistole del lib. V ad Attico gli dice aver quella dettato sedendo nella reda: Hanc epistolam dictavi sedens in rheda. Questo cocchio era il cenno più prossimo alle vetture che si inventarono nel secolo decimosesto e che poi nel nostro si perfezionarono. Anzi in Ispagna assunsero queste carrozze il nome un cotal po’ latino di paravereda, perchè paraveredi appunto si chiamassero anche ai tempi di Roma antica i cavalli che seguendo le vie traverse servivano il publico, come veredi semplicemente quelli che tenevano le vie rette[149].
Nè va dimenticato il leggiero e celere Essedum, cocchio a due ruote d’origine belga, come ce ne avverte Virgilio in quel verso della terza Georgica:
Belgica vel molli melius feret esseda collo[150]
e pur in uso presso i Galli ed i Britanni, massime ne’ combattimenti, e passato poi ne’ Romani, che se ne valevano e per viaggi o per trasportar pesi. Tuttavia doveva l’essedum esser all’uopo veicolo di lusso, se Cicerone nella seconda Filippica, a titolo di rimprovero, esce a dire: Vehebatur in essedo tribunus plebis[151], come se il servirsi dell’essedo fosse troppo ricercata e dispendiosa costumanza. Circa la velocità di tal curricolo fa fede Ovidio, quando canta:
Sed rate ceruleas picta sulcavimus undas
Esseda nos agili sive tulere rota[152].
Essedum facendosi poi derivare dal greco άἰσσω, cioè essere trasportato con impeto, si comprende di leggieri l’origine del nostro verbo aizzare, per istigare.
Ma un veicolo a quattro ruote che Festo afferma con vocabolo osco denominarsi petoritum, petora significando quattro, (De Rich lo vuol d’origine celtica da petoar, quattro erit, ruota) dovea trovarsi in Pompei e nella Campania, dove gli Osci appunto stanziarono, e questo genere di veicoli è ricordato da Orazio nell’epistola I del Libro II unitamente alle essede e alle pilente:
Esseda festinant, pilenta, petorita, naves[153].
e da Ausonio nell’epistola quinta: