Invenies præsto subjuncta petorita mulis[154]

e altrove, nell’epistola ottava, lo stesso poeta ancora:

Cornipedes raptant imposta petorita mulæ[155]

Plinio poi ci fa sapere come i petoriti fossero ornati di fregi di stagno: stanno esseda et vehicula et petorita exornare[156].

Tutte codeste citazioni classiche parranno per avventura un po’ soverchie e pedantesche; ma io pur sopprimendone altre, credetti opportuno di farle a giustificare l’esistenza di vetture comode e per diversi usi sin da duemila anni addietro, da che sembri che dovessero poi cadere in dissuetudine affatto, se poi se ne vuole dagli scrittori assegnare l’invenzione intorno alla metà del secolo XVI; mentre se durato avessero le carrette del tempo romano, colle graduali modificazioni e miglioramenti che il tempo suggerisce, sarebbe stato assai facile il portarle a quel perfezionamento che in questi ultimi tre secoli ottennero in Europa.

«A quel tempo, scrive Agostino Ademollo, parlando del febbraio 1326 nella sua Marietta de’ Ricci, eruditissima più che amena narrazione, non esistevano carrozze, le quali cominciarono ad usarsi nel 1534. In quest’epoca alcune signore della casa Cibo dette le Marchesane di Massa, che abitavano nel palazzo de’ Pazzi furono le prime in Firenze ad usare la carrozza. Le prime che si videro erano coperte di panno più o meno ricco a guisa di padiglione ed era una portiera quello che poi si chiamò sportello. L’invenzione della carrozza fu creduta effetto dell’eccesso del lusso ed un cronista di quel tempo ne fece i miracoli perchè vi vide dentro il canonico Berni, il poeta dell’Orlando Innamorato. Un altro poeta ne fece la satira seguente:

Quando il cocchio primier fu visto in volta

Ir per Firenze con più meraviglia

Che già la nave d’Argo a’ venti sciolta;

È fama, che un terren Nereo le ciglia