Inarcando esclamasse: Oh insano legno,
Per te qual peste il nostro lido impiglia?
Che merci porti? qual infetto regno
Ti consegnò l’avvelenata salma,
Che approdarla all’inferno era ben degno.
«Questo poeta non avrebbe scritto così se avesse compreso quanto comodo ed utile era per ricavarsi nella società da quella invenzione chiamata pestifera[157].»
Ora torniamo a bomba per chiudere questo capitolo e l’argomento delle vie, accennando quanta fosse in tutto l’orbe romano la diligenza nella costruzione delle vie, e nella manutenzione, o come allora dicevasi, munizione di esse, meglio preoccupati i maggiorenti a’ tempi della Republica principalmente, più del publico onore e della comodità del publico che non dell’aumento della propria fortuna; onde potesse Orazio così cantarne con ragione, nell’ode XV del secondo libro, il merito:
Privatus illis census erat brevis,
Comune magnum: nulla decempedis
Metata privatis etc.[158].