Esse aliquos manes et subterranea regna

Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur[160].

Tacito, l’austero Tacito, solo spera che dopo la morte le anime possano aver vita e senso di quanto si fa quaggiù, ma nulla indica ch’egli lo credesse[161].

Meritevole è del resto di osservazione la somma moderazione dell’antichità, veggendosi le nazioni essere meno attente alla differenza che alla somiglianza de’ loro culti religiosi. Il Greco, il Romano e il Barbaro nell’incontrarsi avanti i loro rispettivi altari, facilmente si persuadevano, che sotto nomi diversi e con diverse cerimonie essi adoravano le medesime divinità. I Galli, a cagion d’esempio, nel corso di uno o due secoli, come apprendiamo da Cesare, assegnarono alle loro divinità i nomi di Marte, di Mercurio, d’Apollo[162]. Iside stessa, divinità egiziana sotto altro nome ed anche con egual nome, veneravasi così sulle sponde del Nilo, come su quelle dell’Ilisso, del Tevere o sulle sponde sequane, dove persino Parigi (Parisis) e Issy vuolsi derivassero da quella divinità il loro nome.

Nessun meglio di Erodoto, tra gli antichi, ha fornito la vera indole del politeismo; come Cicerone nel suo trattato De Natura Deorum ne lasciò la miglior guida che seguir si possa in mezzo all’inestricabile labirinto dell’antica teologia, e Omero colla elegante sua mitologia prescrisse le forme più belle e quasi regolari di essa. Ovidio non ne appare, nelle religiose leggende raccolte da tutti i libri e canti degli storici e poeti e da lui nuovamente col numeroso verso ammanite, che quasi il più illuminato ed ispirato de’ suoi sacerdoti. Nelle Metamorfosi la storia degli Dei, nei Fasti ne cantò il culto.

Se però ci è dato d’indagare le origini e la natura della religione de’ Pompejani, de’ quali noi peculiarmente ci dobbiamo occupare, non esitiamo a riscontrarvi tutti i caratteri grecanici. Templi, culto, pitture e marmi, tutto ne rende al proposito chiara testimonianza. I soli riti di Iside, come vedremo a suo luogo, ci avvertono dell’immigrazione degli Alessandrini, e quali solennizzavansi in Pompei, ne lasciano altresì a congetturare che i Greci ellenizzando il culto di Iside, avessero identificata questa divinità con Igia, la Dea della Salute, come argomenta il chiaro E. Brizio, poichè si trovi spesso congiunta con Serapide nell’attitudine propria ad Igia con Esculapio, ed una volta come Igea col serpe attorcigliato intorno al braccio; per cui sia lecito inferirne che anche in tutti gli altri dipinti pompejani, abbiano un rapporto analogo i serpenti dipinti nei lararii, in congiunzione con Iside[163].

Discorrendo ora, pur in generale, sulla naturale costruzione de’ Templi in Pompei, si può osservare che tutti, se si eccettui quello posto nel foro triangolare, si presentano eretti sopra sostruzioni; per lo che siasi dovuto praticarvi gradinate per entrarvi. La facciata d’ordinario è ornata di colonne che vi aggiungono maestà; il sacrario è circondato da mura, l’interno da colonne e da nicchie: il fondo ha un podio, dove si collocavano le statue delle divinità che vi si adoravano. Erano poi decorati di marmi, di pitture, di stucchi e di mosaici e di quelle altre particolarità che verrò notando mano mano che tratterò de’ singoli templi.

Vitruvio, che ho già invocato siccome autorità gravissima in fatto di architettura antica, tratta delle diverse forme architettoniche, delle parti e proporzioni e de’ fregi e d’ogni cosa consueta nella fabbrica de’ templi d’allora e persino delle collocazioni degli altari: quelle regole si riscontrano in buona parte de’ templi pompejani e dirò anzi che informassero anche di poi l’architettura de’ templi cristiani, come anche il culto di essi ha serbato non poche cerimonie pagane, perocchè queste possano essere uniformi espressioni e manifestazioni di adorazione e riverenza, senza condividere dottrine e dogmi, e come, ad esempio nel seguente insegnamento. «Gli altari hanno da esser posti dalla parte d’oriente, e sempre siano più bassi delle statue che saranno nel tempio, acciocchè i supplicanti e i sagrificanti nel riguardare la deità si situino a diverse altezze, secondo richiede il decoro di ciascuna deità. Quindi le altezze si regoleranno in questa maniera: a Giove e a tutte le deità del cielo si faranno quanto più alti si può: a Vesta, alla Terra, al Mare, bassi; così con questi principii si faranno nel mezzo de’ tempi altari proprj e adatti»[164].

Presso gli antichi avevano diverse altezze gli altari: per le deità celesti erano alti e si dicevano specialmente altaria: per le terrene, bassi chiamati propriamente aræ, ed è a questa distinzione che per avventura accenna Virgilio in quel passo delle Bucoliche:

En quatuor aras: