Pur nel recinto del tempio sono due camerette per l’abitazione de’ sacerdoti, poi una cucina, nella quale si riconobbero squamme di pesci ed ossa di prosciutto, e contiguo un luogo per l’acquajo. In una delle camere si scoprì lo scheletro d’un sacerdote con una scure in mano, altri in altre località si rinvennero del tempio, ed all’ingresso dalla parte del teatro un altro ancora, e siccome a lui presso si raccolsero 360 monete d’argento, sei d’oro, quarantadue di bronzo, barattoli d’argento, figurette d’Iside, cucchiaj, fermagli, pàtere, tazze d’argento, un cammeo rappresentante un satiro col tamburello, un anello con pietre ed orecchini, fu supposto con certa ragione potesse essere lo scheletro d’un sacerdote colto da morte nel punto in cui fuggiva per porre in salvo il tesoro della Dea. Il Bulwer riconobbe in questi scheletri i due sacerdoti d’Iside del suo romanzo, Arbace e Caleno; era l’interpretazione opportuna che il poeta faceva delle passioni svolte nell’opera sua di questi due personaggi.

Dietro il santuario evvi un altro locale, al quale si giunge traversando diverse arcate. Gli venne dato il nome di Curia Isiaca. È un edificio di genere osco, al pari della denominazione che vi si trovò e che fu letta da Jannelli per Cereiiai Pumpaiianai, cioè Curia Pompejana, o secondo l’iscrizione in questo dialetto che vi si è pure scoperta e che, letta, si chiamava trebus.

Anche qui si ritrovarono all’epoca di sua scoperta, cioè dal 1764 al 1766, due sistri, due lettisternii, uno di bronzo con fregi d’argento, l’altro d’avorio in frantumi, un candelabro di bronzo in forma di loto, pianta acquatica dell’Egitto (bot. nymphea), due pregevoli idoli egiziani di basalto, che sostengono colle due mani in testa una gran patera, erme e teste di numi.

Dal tutt’assieme si evince che in somma venerazione fosse Iside presso i Pompejani. Le allegazioni che son venuto recando di poeti e scrittori del tempo, provano che non diversamente fosse adorata nel restante del mondo romano, malgrado le leggi assai spesso, come dissi, contro il suo culto bandite.

Se Voltaire non ha celiato, egli sforzossi di provare come gli odierni Zingari siano un avanzo degli antichi sacerdoti e sacerdotesse d’Iside, misti con quelle della Dea di Siria. Ai tempi d’Apulejo quei sacri impostori avevano già perduto il credito e, spregiati dai poveri, vagavano di luogo in luogo vendendo predizioni e curando malati. Lo stesso Voltaire osserva argutamente a tale proposito che Apulejo non dimenticò l’abilità loro propria di rubare nei cortili. «Tale, conchiude, fu la fine dell’antico culto d’Iside ed Osiride, i cui nomi ancora ci inspirano rispetto.»

Tempio d’Esculapio o di Giove e di Giunone.

Un altro tempio è nella strada di Stabia, stato scoperto dal 1766 al 1768, nel lato destro; e per una statua figulina rappresentante Esculapio, il Dio preposto all’arte medica, venne dai più ritenuto per sacro a quella divinità e nelle Guide è così designato, e sotto questo titolo l’ha pur descritto Dyer nella sua Pompeii (pag. 138). Gau, continuatore di Mazois, invece lo pensò dedicato a Nettuno: a questo Dio marino credendo attribuire una testa barbuta e di gran carattere vedutavi su di un capitello, e del resto si sappia da medaglie, bassorilievi e statue in altri luoghi trovati, non che dagli scritti d’uomini dottissimi, che anche Esculapio venisse rappresentato con gran barba. Altri, scrive Galanti, lo pretende tempio di Priapo, pur senza che ragion di sorta ne venga addotta[211].

Ma scostandosi da tutti questi chiari scrittori, Ernesto Breton nella sua Pompeja (pag. 53) lo proclama sacro a Giove e Giunone, rifiutando così l’opinione di altri che l’assegnavano a Minerva o alle tre divinità del Campidoglio.

«Deux statues, scrive egli, médiocres en terre cuite, trouvées dans ces ruines et placées aujourd’hui au Musée, représentent, dit-on, Jupiter et Junon; mais elles ont été prises aussi pour Esculape et Hygie, et de là sont nées des nouvelles conjectures qui ont étés émises par Winkelmann dans le premier volume de l’Histoire de l’Art. D’un autre côté, comme on y a trouvé aussi un buste de Minerve, Overbeck a cru pouvoir supposer que le temple était dédié aux trois divinités du Capitole. Aucune de ces suppositions ne nous paraît suffisamment justifiée; cependant nous avons cru devoir donner à cet édifice le nom que lui assignent les plans et les ouvrages les plus récentes, tout en reconnaissant que des nombreux ex-voto, pieds, mains, etc. en terre cuite, aient pu fournir un argument puissant en faveur de la dédicace du temple aux divinités de la médicine.»

Gli intenti dell’opera mia non sono, e l’ho già detto, di misurarmi in polemiche co’ dotti che dichiararono le preziose antichità di Pompei; nondimeno se m’è lecito esprimere un dubbio sull’assegnazione che si dice fatta di questo tempio a Giove e Giunone, le due maggiori divinità dell’Olimpo pagano, io l’appoggerei alla circostanza che un tal tempio sia il più piccolo di tutti gli altri pompejani, non misurando che 21 metri in lunghezza e sette in larghezza, e che forse a quelle maggiori divinità sarebbesi eretto più grande e dicevole delubro. D’altronde, poichè in Pompei abbiam trovato un altro tempio, anzi il più grande di tutti i templi di Pompei e tale da annoverarsi fra i più vasti anche d’altrove, dedicato al Tonante, perchè in città non amplissima sarebbesi alla medesima divinità un secondo tempio consacrato?