«Il culto di questo Dio, dice il Dizionario della Mitologia di tutti i popoli, era specialmente adottato ne’ luoghi di gran commercio.» Vitruvio poi nel passo che già m’avvenne di citare nel principio di questo capitolo, dicendo che il tempio a Mercurio debba essere nel Foro, porge argomento maggiore a ritenere il tempio di che parlo per veramente sacro a Mercurio, molto più poi che il Foro pompejano fosse in vicinanza alla marina e quindi più proprio a’ nocchieri e naviganti, che l’invocavano propizio a’ loro viaggi e negozj.

Tra l’edificio detto d’Eumachia e la Curia sorge codesto tempio. Il suo vestibolo è coperto e il suo tetto era sorretto da quattro colonne d’ordine corintio, da quanto almeno s’argomenta da’ loro capitelli, esse più non esistendo. Il muro di cinta del peribolo era decorato di modanature; e da ciò che le muraglie non furono mai rivestite di stucco, nè l’altare era stato terminato, Dyer suppone che i Pompejani fossero stati sorpresi dalla eruzione del Vesuvio nel tempo in cui ricostruivano il tempio distrutto dal tremuoto nell’anno di Cristo 63[219]; quantunque, s’egli avesse ben ripensato, avrebbe veduto in qualche punto frammenti di marmo aderenti alle pareti, che lascian a ragione sospettare che tutte le mura dovessero invece essere rivestite di lastre di marmo.

Alla cella, o santuario, si ascende per due scale laterali: nel centro del recinto, o area, vedesi un’ara di marmo bianco, ornata di un bassorilievo che appare incompiuto e rappresenta un sacrificio. Taluno ha creduto di ravvisare la testa di Cicerone in quella del sacerdote sagrificatore.

A destra dell’angusto santuario, che non misura, a dir di Bréton, più architetto, a vero dire, che archeologo nell’opera sua, quattro metri di larghezza su tre e cinquanta di profondità, e a basso del podium, scopresi l’ingresso a tre sale, già abitazione de’ ministri del tempio.

Ora questo tempio si fa servire a ripostiglio di frammenti di scultura o d’altri oggetti che si vengono scoprendo negli scavi, finchè non si credano meritevoli di migliore conservazione nel Museo Nazionale di Napoli; e però il suo ingresso è chiuso da un cancello di ferro.

Tempio della Fortuna.

Capricciosa dispensiera de’ beni come de’ mali, de’ piaceri come de’ dolori, della ricchezza come della povertà, non era possibile che la Fortuna, che il Guidi felicemente dipinge

Una donna superba al par di Giuno

Colle treccie dorate all’aura sparse

E co’ begli occhi di cerulea luce[220],