e che si dice, per la bocca dello stesso poeta
Figlia di Giove, e che germana al Fato
Sovra il trono immortale
A lui mi siedo a lato,
non si avesse in Pompei il proprio delubro. Sia che vogliasi aver serbato sempre questa città le tradizioni della Grecia, dalla quale se ne ripetono da molti le origini, sia che vogliasi invece aver essa adottate consuetudini e vita romane, questa Dea essendo sì in Grecia che in Roma venerata, aveva il di lei tempio tutta la ragion d’essere anche in Pompei.
Il nominarsi Tyche in Grecia, fu causa che diversi scrittori opinassero fosse una tale divinità sconosciuta alla più remota antichità greca, non trovandosene menzione in Omero ed in Esiodo. Ma sotto il nome di Tyche è memorata da Omero nel suo Inno a Cerere, che la fa, diversamente da altri, figliuola all’Oceano, e da Pindaro. Le greche derivazioni ed attinenze in Pompei sarebbero così ancora una volta attestate da questo nome greco che vi ritroviamo portato da persone, come oggidì portasi tra noi il nome di Fortunato e Fortunata. Già ho ricordato nel quarto Capitolo di questo libro la funebre iscrizione scolpita sulla tomba di Nevoleja Tyche, e di un’altra Tyche avverrà pur ch’io parli nel Capitolo delle Tombe.
Il tempio pompejano sacro alla Fortuna era piccolo, ma vi si ascendeva per una bella gradinata di marmo bianco, dietro la quale si ergevano quattro colonne di cui per altro non si trovarono che i capitelli. Questo tempio fu scoperto, secondo Bonucci, nel 1827; secondo Bréton nel 1823. Una iscrizione già collocata sull’architrave del santuario ci apprende a chi fossero i cittadini debitori di quell’edificio:
M . TVLLIVS M . F . D . V . I . TER . QVINQ . AVGVR . TR . MIL .
A . POP . ÆDEM . FORTVNÆ . AVGVSTI . SOLO . ET . PEC . SVA[221].
Per coloro che potessero supporre, a cagion di questi nomi e d’una delle belle statue rinvenute a fianco al santuario colla pretesta tinta in violetto, — attribuita all’Oratore Romano, poichè l’altra è di donna ed aveva le fimbrie della tonaca dorate e quelle della stola di porpora, — che questa iscrizione accenni a M. T. Cicerone, osserva ragionevolmente Overbek, che l’epiteto di Augusta assegnato alla Fortuna indica un’epoca posteriore alla fondazione dell’Impero; sì che il fondatore del tempio, quando lo si voglia ritenere della famiglia di Cicerone, ne dovrebbe essere un discendente[222].
Su d’un’altra pietra infissa nel terreno si ricordava ancora il nome del fondatore del tempio: