Avverrà poi che si trovi nelle opere de’ romani scrittori scambiata la parola puteale perfino per tribunale, leggendosi anzi in Orazio:

Ante secundam

Roscius orabat sibi adesses ad puteal cras[234].

Di ciò fu causa che il più antico puteale costruito nel Foro di Roma nell’anno 559 di sua fondazione dal pretore Sempronio Libone; questi avendo stabilito il proprio tribunale presso tale monumento, divenne codesto il punto di riunione degli oratori, ed avendone i suoi successori imitato l’esempio, puteale divenne ben presto sinonimo di tribunale.

È curioso che anche nella mia Milano, ne’ tempi scorsi e fino al nostro secolo, si avessero a raccogliere intorno al Pozzo di Piazza Mercanti legulei e faccendieri legali, a trattazione d’affari ed a ricevimento di volgari clienti, sì che avesse poi ad invalere nel comune linguaggio l’ingiuria a cattivo o tristo avvocato di chiamarlo avvocato del pozzo. Oggi invece il nostro Pozzo di Piazza Mercanti è modesto convegno de’ poveri fattorini di piazza.

Tempio di Cerere.

Nella Via delle Tombe, per la quale ci metteremo in ultimo, ci avverrà di trovare un altare sepolcrale, scoperto nel 1812, fatto di tavole di travertino quadrangolari di bello ed elegante lavoro, eretto, secondo l’iscrizione ripetuta da due parti, in memoria di Marco Allejo Lucio Libella padre, duumviro, prefetto e censore, e di Marco Allejo Libella figlio, decurione, morto a diciassette anni, dalla pietà di Alleja Decimilla figliuola di Marco e sposa del primo. Costei è in detta iscrizione indicata Sacerdos Publica Cereris (publica sacerdotessa di Cerere).

Sulle pareti esterne della Basilica, che più innanzi visiteremo, e che eran ricoperte di stucco, sulle quali vennero dipinte capricciose rappresentazioni architettoniche, si lessero parecchie iscrizioni, o fatte col pennello o graffite, d’ogni natura e colore, di cui taluna già riferii parlando delle Vie e fra le stesse mi richiamò la speciale attenzione codesta:

. . . . AQVIAMI QVARTA SACERDOS CERERIS PVBL.

Dalle quali due iscrizioni, che ci fanno fare la conoscenza di Quarta e Decimilla sacerdotesse di Cerere, e forse anche dalle altre due iscrizioni che si leggono sul mausoleo di Mamia e sul cippo di Istacidia, indicate soltanto come pubbliche sacerdotesse (sacerdos publica) e lo erano per avventura entrambe della suddetta medesima divinità, ci è dato inferire esservi stato in Pompei un tempio sacro a Cerere, la dea che insegnò agli uomini l’arte di coltivare la terra, di seminare le biade, di raccogliere le messi e fabbricare il pane. La Campania, così frugifera, non poteva di certo non erigerle templi ed altari. — Sorella a Giove, l’incestuoso dio ebbe da lei Proserpina, la quale mentre coglieva fiori in Sicilia, venne rapita da Plutone che la trasse nel suo regno inferno. Claudiano, di questo Ratto, ordì un vago poemetto, egregiamente voltato in versi italiani da quel valente che è l’abate Giuseppe Brambilla da Como; e quali poi per esso rapimento fossero gli spasimi della madre, venne pittorescamente così espresso dall’Ariosto nel suo Orlando: