Ad ogni modo io di tal tempio a Cerere consacrato doveva far cenno in questo capitolo: forse chi sa non ritorni non affatto inopportuno fra qualche tempo a concretar alcuna migliore idea sulla scoperta d’altro delubro, e fors’anco di qualche simulacro, a questa divinità consacrato.
Detto dei templi pompejani, a fornire l’intero quadro religioso, dovrei dire qualche parola di quell’altro nume derivato da Grecia, a cui alcuni pretesero dedicato uno dei templi che abbiamo insieme visitato e che infatti in Pompei si vede spesso ritratto o sui freschi delle domestiche pareti, o sugli utensili, o altrimenti in parecchi luoghi publici; intendo dire di Priapo,
Il barbuto guardian degli orti ameni,
come lo appella l’Alamanni.
Se nei mille oggetti trovati in Pompei, se nei tanti preziosi gingilli pur di dame pompejane, è perfino assai spesso riprodotto sotto forme itifalliche e nei più ridicoli modi, perocchè lo si trovi ben anco alato, trafitto da frecce e va discorrendo, e se di dice che presso i Romani la sua immagine e gli attributi suoi, ch’erano gli organi della generazione, si sospendessero al collo delle donne e de’ fanciulli, e impunemente si veggano tuttora in qualche taberna di Pompei eretti a segno di buon augurio; nondimeno non si ha finora prova inconcussa che l’osceno dio avesse tempio in questa città. Noterò per altro che questo di dar forma itifallica o priapica a molti oggetti e perfino a stoviglie ed a vasi a bevere, e di fabbricar frequenti priapi, non fosse uso pompejano unicamente, ma del tempo e massime di Roma, e vi ha certo riferimento non dubbio il principio della Satira VIII del Libro I. di Orazio:
Olim truncus eram ficulnus, inutile lignum;
Cum faber, incertus, scamnum faceretne Priapum,
Maluit esse Deum. Deus inde ego furum, ariumque
Maxima formido[239].
Passo quindi oltre, e appena faccio un cenno del pari degli Dei Lari Compitali o de’ Crocicchi,