Io, come dissi, dalle due scuole summentovate, di cui ci è attestata da due iscrizioni l’esistenza in Pompei, nonchè dal ritrovamento di ferri chirurgici, de’ quali verrò a intrattenere chi legge, partirò per indagare l’indole dell’istruzione e della coltura intellettuale d’allora. Senza di questo capitolo, crederei incompleto il quadro che mi sono proposto di condurre delle condizioni di Roma e delle sue colonie, del quale mi danno causa e pretesto le rovine di Pompei.

Sotto il portico orientale del Foro civile di questa esumata città, e che già a suo luogo ho descritto, si è scoperta una vasta sala: nel fondo di essa è nel mezzo una specie di nicchia; altre minori sono distribuite tutte all’intorno, con porte agli angoli. Gau, scrittore, la cui autorità ho più volte in addietro invocata, riconobbe in tutte queste disposizioni, le disposizioni stesse delle antiche scuole d’Oriente. La nicchia del fondo avrebbe, secondo lui e con tutta ragione di probabilità, servito di cattedra al maestro; quelle all’ingiro spettavano invece agli scolari, per deporvi abiti e libri. Siffatta supposizione fu universalmente accolta e trovò il suo suggello di verità nella iscrizione seguente, che stava scritta in caratteri rossi, oggi affatto scomparsi, vicino alla porta, sull’angolo della casa:

C. CAPELLAM D. V. I. D. O. V. F. VERNA CVM DISCENT[217].

Questa iscrizione valse di per sè ad imporre a quella sala la denominazione di Scuola di Verna, e i commentatori e scrittori di Guide a farne fuori un maestro di scuola di ragazzetti d’ambo i sessi, una specie di moderno asilo d’infanzia. Io mi permetto di dubitare che potesse trattarsi di scolari di così tenera età e molto meno di fanciulli d’ambo i sessi; perocchè, se ciò fosse stato, qual valore si avrebbe voluto aggiungere allora ad una raccomandazione in una elezione amministrativa fatta da piccoli fanciulli e da ragazzine? Doveva adunque essere, a mio avviso, una scuola almeno di giovinetti.

Anche un’altra iscrizione, fra le tante che vi dovevano essere state scritte sulla muraglia dell’edificio d’Eumachia, venne trovata il 26 gennaio 1815[218], e ci fa essa conoscere un tal Valentino, pur senza alcun altro prenome, per un altro maestro: essa è così concepita:

SABINVM ET RVFVM AED. R. P. D.
VALENTINVS
CVM DISCENTES (sic)
SVOS ROG[219].

È notevole e sorprende sulla bocca d’un maestro un sì grosso strafalcione di grammatica come questo cum discentes suos, in luogo di cum discentibus suis, e dà la misura sì della scienza del maestro, che di quella de’ magistrati che lo tolleravano. «Il avait, dice a tal proposito Bréton, parlando di questa cima di maestro e delle sue sgrammaticature, il avait certes besoin d’invoquer la protection des Ediles

Ma ad altre considerazioni, più che di fredda grammatica, queste zelanti raccomandazioni de’ maestri di Pompei mi han fornito il soggetto e m’han condotto ad una savia conclusione.

I tempi sono pur sempre i medesimi, mi son detto: le più utili e virtuose istituzioni vengono sempre falsate e guaste: le passioni degli uomini se le assoggettano e sfruttano a loro profitto. Le sventure e i danni d’ogni natura, che ad essi toccano, non sono bastevoli lezioni ai popoli; oggi, come a’ tempi di Verna e Valentino, il greggie degli stipendiati governativi e delle anime subalterne è pur sempre l’eguale.

Non lamentiamoci poi adesso del pari di vedere a’ dì nostri, ne’ giorni delle elezioni politiche od amministrative, sguinzagliarsi impiegati e poliziotti a portare il loro voto in suffragio del candidato messo innanzi dal partito che siede al governo della cosa publica, o dalla così detta consorteria. Quest’ultima ho già fatto altrove rilevare essere esistita anche allora; Terenzio l’ha rammentata sotto il nome di comitum conventus; onde hassi da noi a conchiudere tali disordini dell’oggi essere nuove edizioni di vecchia storia, più o meno accresciute ed illustrate, a beneficio dei meglio accorti.