non era assolutamente possibile che bastasse a tanto bisogno, molto più che sappiamo che la città dal mare si veniva su su adagiando pel declivio montuoso. Acquedotti saviamente praticati vi dovevano indubbiamente, secondo il sistema in que’ tempi generalizzato, derivar l’acqua da lungo, e così provvedere pe’ suoi mille condotti di ramificazione anche a tutte le fontane e serbatoj dalla parte più alta della città.

Infatti, in ogni parte di essa vennero trovati canali e condotti in muratura, in terra cotta ed in piombo; le case poi hanno latenti nelle muraglie siffatti tubi di piombo e in più luoghi, ad attestarlo, mettono fuori tra le macerie e le rovine i loro capi e provano quanta fosse la cura e l’importanza che si aggiungeva ad aver copia di acqua ovunque.

Il canonico Andrea De Jorio, nella sua Guida di Pompei, dedicò un’appendice a bella posta per le indagini sulle sorgenti che conducevano le acque alle terme, e giova ricorrervi per avere una certa luce nell’argomento, che pur fu soggetto a tante controversie. Pose prima per base il livello attuale del Sarno, il suo canale attuale che passando per Pompei trasporta le acque alla Torre dell’Annunziata; l’impossibilità che vi era che il suo livello potesse alimentare tutte le fontane di Pompei e infine tenne conto degli avanzi di antichi acquedotti, che sono nell’antico territorio di Sarno egualmente che nella città di Pompei. Esaminò poi la natura de’ condotti trovati dall’architetto Domenico Fontana, quegli che fu incaricato di condur l’acqua a Torre dell’Annunziata, e li dichiarò ramificazioni del principale antico, che doveva derivare dal luogo detto la Foce, o sorgente del Sarno; giudicò che la sorgente, che apprestava l’acqua all’antica Pompei fosse più alta di quella che oggi alimenta il canale detto del Conte.

Derivata per tal modo l’acqua dai monti e dalle sorgenti del Sarno, distribuivasi per tutta la città a mezzo di canali costruiti sotto le vie, per la cui manutenzione di tratto in tratto erano spiragli difesi da graticci di ferro, e mercè delle conserve e delle pressioni che esercitavano si faceva montare al livello dei getti più o meno alti delle publiche fontane, e servire ai bagni delle Terme ed agli altri dei quali ci siam venuti intrattenendo.

Il tremuoto dapprima del 63 e il cataclisma ultimo di Pompei sconvolsero ed ostruirono acquedotti e canali, e le acque deviarono e per modo, che ciò che allora poteva formar testimonio de’ savi provvedimenti edilizi per la somministrazione delle acque alla bella città, ora è divenuto astruso tema di congetture e di studj, frammezzo a’ quali se il solito dubbio, che, cioè, non vi fosse tutta quella copia di acque che si dice, non s’è cacciato, si fu perchè ad impedirlo, rimangono eloquenti i ruderi di aquedotti e di fontane, di bagni e di stabilimenti termali, che ponno essere tuttavia presi a modello e con buon frutto imitati al presente.

CAPITOLO XVI. Le Scuole.

Etimologia — Scuola di Verna in Pompei — Scuola di Valentino — Orbilio e la ferula — Storia de’ primordj della coltura in Italia — Numa e Pitagora — Etruria, Magna Grecia e Grecia — Ennio e Andronico — Gioventù romana in Grecia — Orazio e Bruto — Secolo d’oro — Letteratura — Giurisprudenza — Matematiche — Storia naturale — Economia rurale — Geografia — Filosofia romana — Non è vero che fosse ucciditrice di libertà — Biblioteche — Cesare incarica Varrone di una biblioteca publica — Modo di scrivere, volumi, profumazione delle carte — Medicina empirica — Medici e chirurghi — La Casa del Chirurgo in Pompei — Stromenti di chirurgia rinvenuti in essa — Prodotti chimici — Pharmacopolæ, Seplasarii, Sagæ — Fabbrica di prodotti chimici in Pompei — Bottega di Seplasarius — Scuole private.

Se fu dato potersi formulare a proverbio: di’ con chi tratti e ti dirò chi sei; parrebbe potersi eziandio dire, di’ come si istruisca un popolo e ti dirò quanto sia civile. Questo per adesso: forse non si poteva altrettanto affermare ai tempi di Roma, dei quali m’intrattengo col discreto e umano lettore.

Egli vedrà s’io mal non m’apponga nelle poche pagine che ho riserbato alle Scuole, traendone argomento dalle due di cui gli avanzi di Pompei ci han tramandato memoria.

La parola, come tanta parte delle nostre e delle latine, deduce l’origine sua dal greco. Schola scrissero i latini e σχολή i greci, e vollero significare riposo da fatica corporea, il quale dà opportunità di ricreazione o di studio: così ci accadde già di ricordare la schola o sedile in Pompei, ov’era l’orologio solare: così schola chiamavansi quegli altri sedili in muratura ch’erano nelle terme, e via discorrendo. Presto poi venne adoperato il vocabolo ad esprimere il luogo in cui i maestri e i loro scolari si raccolgono per fine d’istruzione; nel qual unico senso fu quindi ricevuto nell’idioma nostro.