Questo Verna e questo Valentino di Pompei io suppongo essere stati precettori in quella città della adolescenza, della risma, o suppergiù, di quell’Orbilio, che fu maestro in Roma di belle lettere e reso immortale dal suo discepolo Orazio Flacco, il quale per vendicarsi dei colpi ricevuti per avventura dalla ferula di lui sulle mani e sulle spalle, lo ha marchiato, in una delle sue Epistole, qualificandolo plagosus[220], quasi produttor di piaghe, per aver fatto uso co’ suoi scolari di sferze e di flagelli.

Nè doveva essere, a quanto pare, codesto sciagurato vezzo esclusivo di Orbilio, ma generale ne’ pedagoghi, s’anco Giovenale vi fece aperta illusione in quel verso della Satira I, sui Costumi:

Et nos manum ferulæ subduximus.....[221]

e del barbarico costume, come avvien d’ogni cosa brutta, è arrivata la tradizione infino a noi; perocchè io non sappia davvero se dappertutto, malgrado i divieti severi delle leggi e delle autorità, e più ancora i postulati della civiltà, sia stato ovunque per Italia diradicato, di gravi e sanguinose punizioni inflitte da’ maestri a fanciulletti avendo a’ giorni di mia infanzia udito più d’una volta lamentare.

Non chiamato a fare una completa monografia degli studj in Roma e nelle Colonie a lei soggette, non ne dirò ora che a larghi tratti, siccome è richiesto dalla economia dell’opera.

Presso questo popolo gagliardo e primitivo, dedito prima alle cure dei campi, poi a quelle dell’armi, gli studj, o furono quasi e per lungo tempo sconosciuti, o ne furono tardo pensiero. Il linguaggio medesimo era ben lungi dall’avere quella sonorità, armonia e maestà che assunse di poi nelle opere ammirabili de’ suoi scrittori: aspro e duro, era più proprio a comandar a’ soldati nelle battaglie; e se, al dir di M. Catone, fu costume delle genti italiche di cantare ne’ loro antichi dialetti inni e canzoni guerriere o nenie pei caduti in guerra, sposandole al suono delle tibie, ciò non attesta a favore di una avanzata civiltà. Imperocchè consuetudine siffatta si riscontri in tutte le genti rozze e bellicose. Ossian e i bardi caledonici non cantarono che le imprese di eroi d’una patria guerriera sì, ma non colta e civile. Ho già toccato altrove, parlando delle origini del teatro, come prima di Livio Andronico, Roma non avesse teatro proprio, paga delle Sature degli istrioni d’Etruria, e Andronico non fiorì che al principiar del sesto secolo. Meglio dimostrerà la condizione intellettuale e la nessuna coltura il singolarissimo rito usato ancora nel quinto secolo per la numerazione degli anni. Consisteva esso nel piantare nel muro del tempio di Giove, che era il più venerato di Roma, un grosso chiodo. Ciò facevasi alle idi di settembre solennemente per mano de’ pontefici, e dove alcun altro straordinario avvenimento si fosse voluto raccomandare alla memoria de’ posteri, eleggevasi all’uopo un dittatore che figgesse altro chiodo. E questi chiodi, in mancanza di lettere, segnarono per lungo tempo l’epoche più famose di Roma. Ecco le testuali parole di Tito Livio: Eum clavum, quia raræ per ea tempora erant litteræ, notam numeri annorum fuisse ferunt[222]. L’aritmetica e la geometria non si conoscevano se non tanto, quanto era necessario per misurare un campo, o per far le faccende giornaliere. Le loro cifre numeriche, osserva giustamente Francesco Mengotti, rappresentano espressamente le dita delle mani, che sono la prima aritmetica de’ fanciulli, dei villici e della natura[223].

La medicina stessa, reclamata dalla sollecitudine del corpo, distinta in sacerdotale e magica, rimase involuta lungo tempo nelle ubbie superstiziose. Solo poi, 263 anni prima di Cristo, Valerio Messala recò di Sicilia un quadrante solare, come già dissi a suo luogo, e appena 159 anni vennero da Scipione Nasica Corculo introdotti gli orologi ad acqua o clessidre. Prima i Romani erano rimasti per molti secoli senza neppure conoscere la divisione in ore del giorno e della notte e senza stromento alcuno per la misura del tempo. Plinio il Vecchio scrisse che le Dodici Tavole, compilate al principio del quarto secolo, non distinguevano che il nascere e il tramontar del sole[224]: dopo vi fu aggiunto il meriggio, che annunciavasi dal banditor del console, quando il sole si trovava fra la tribuna e la grecostasi. Allorchè dalla Colonna Menia il sole inclinava alle carceri, era sera.

Pel corso di parecchi secoli i Romani non posero alcun pensiero alla filosofia. Essi la conoscevano a mala pena di nome. Occupati da principio in difendersi, poi in rassodare la loro potenza sui vicini popoli che avevan soggiogati, interamente pratica era la sapienza che dalla esperienza avevano attinta. Un mirabile buon senso derivò loro dalle difficoltà dell’esterna lor posizione e dal godimento di una libertà sempre perturbata, ma che per le stesse sue commozioni, rinvigoriva gli animi e gli ingrandiva. Si è voluto attribuire alla filosofia pitagorica qualche influenza sulle instituzioni di Numa, e si è potuto con tanto maggiore facilità unire insieme a quest’uopo qualche tratto di rassomiglianza, in quanto che è probabile aver Pitagora inserito nella sua filosofia alcuni frammenti delle dottrine sacerdotali alle quali Numa non era straniero. Ma ecco dove fermar si deve ogni comunanza fra il greco filosofo e il re secondo di Roma[225]. Forse invece di queste dottrine sacerdotali di Numa e di altri legislatori a lui succeduti, la ragione e l’origine dev’essere ricercata altrove, in Etruria come verrò a notare.

Bisogno di studi elementari e di intellettuale coltura si sentì, più per ispirito d’imitazione che per altro, dopo che i Romani conobbero i Greci. Già sa ognuno di là dedotte le leggi delle Dodici Tavole: là unicamente reputavasi infatti la sede della scienza, della poesia, dell’arti.

Erasi, è vero, per l’addietro usato mandar in Etruria i giovani, per apprendervi i riti augurali, senza di che non avrebbero acquistato valore i pubblici atti, ed era molto se di là recavasi qualche tintura o conoscenza di lettere. E sì che colà la coltura e la sapienza erano più antiche che in Grecia, a cui per avventura e da essi e dagli Atalanti, i progenitori nostri, era ogni lume di civiltà e di sapere derivato. Fu altrimenti adunque, quando ebbe luogo mercè le conquiste fatte dalle armi romane, il contatto con la Grecia: il dirozzamento cominciò ad operarsi tra’ Romani, e n’ebber merito in principalità gli Scipioni, che tolsero a proteggere i letterati venuti di Magna Grecia in Roma. Ogni partito volle avere schiavi greci e, come sarebbesi scelto fra quelli sventurati il celliere ed il cuoco; così venne cercato il pedagogo, onde a’ figliuoli apprendere la lingua di Omero. E la lingua greca divenne di moda, nè uomo aspirar poteva al vanto di educato, se a lui famigliare non fosse stato quel magnifico idioma. Quinto Catulo comperò Dassi Lutazio per duecento mila sesterzj; Livio Salinatore procacciò maestro a’ suoi figli quel Livio Andronico, del quale tenni parola dicendo de’ Teatri; Paolo Emilio riempì la casa di filosofi, di retori, di grammatici, di pedagoghi e d’artisti d’ogni maniera; Scipione l’Africano protesse Plauto e Terenzio, ed ebbe amico e compagno di sue militari spedizioni Quinto Ennio di Rudia in Calabria, che era stato richiamato da Catone l’antico da Sardegna in Roma, e che, in buona fede o no, affermava in lui trasmigrata l’anima d’Omero.