Contuttociò, riguardavano i Romani gli studj, più che altro, oggetto di adornamento e di ricreazione, e Sallustio lasciò scritto: che i più assennati attendevano agli affari, nessuno esercitava l’ingegno senza il corpo; ogni uomo grande volea men tosto dire che fare, e lasciava che altri narrasse le imprese di lui anzichè narrar esso le altrui.
E poichè ho nominato ancora Andronico ed Ennio, dirò che anche dopo l’epoca in cui i Romani strinsero i legami coi Greci d’Italia e di Sicilia, essi non iscorgevano tuttora che leggerezza, mollizie e corruzione appo questi popoli, i quali dal lato loro li riguardavano quai barbari[226]. Verso il fine della prima Guerra Cartaginese, i Romani principiarono a conoscere la drammatica letteratura de’ Greci. Alcune tragedie greche tradotte da Andronico, il quale voltò pure in versi latini l’Odissea, presero il luogo de’ versi fescennini, de’ giuochi scenici degli Etruschi, e delle rozze farse Atellane degli Osci, come già sa il lettore per quel che ne ho discorso, trattando de’ Teatri.
In quanto ad Ennio, non pago egli della buona riuscita che ottenevano simili imitazioni, volle riportare un nuovo trionfo, mercè una traduzione dell’istoria sacra di Evemero, di quell’Evemero che fu il primo a pretendere che i numi della Grecia non fossero che uomini divinizzati, nati come noi e come ogni ordinario mortale anche defunti. Appresso qualunque altro popolo, un gran passo sarebbe stato codesto nel filosofico agone, e forse tale era l’intendimento del latino autore; ma sembra che i Romani non abbian veduto di primo slancio delle ipotesi di Evemero che un frivolo argomento di curiosità. Meno sospettosi degli Ateniesi eran dessi, perchè nessuna esperienza ancora gli avvertiva delle conseguenze della filosofia sopra la falsa lor religione. Lo stesso avvenne rispetto alla esposizione del sistema di Epicuro fatta da Lucrezio. Queste due opere erano germi gettati sopra un terreno non ancor disposto a riceverli.
De’ libri avevasi quindi sospetto, quasi intaccassero le istituzioni e la religione patria; epperò essendosi, durante il consolato di Cetego e Bebbio, dissotterrati alcuni libri di filosofia, Plinio scrisse essersi poi ordinato dal console Petilio di abbruciarli: combustos, quia philosophiæ scripta essent[227].
È nondimeno nel senso che la coltura si venisse più generalizzando e perfezionando per i Greci ed importando nuove forme nella drammatica, che si dovrebbero intendere i versi di Orazio, che altre volte appuntai in addietro:
Græcia copia, victorem cœpit et artes
Intulit agresti Latio[228];
non già per dire che veramente l’importazione prima della letteratura venisse proprio di là. Notai come anzi gli incunaboli della poesia drammatica avessero avuto nelle sature e nelle atellane origine assai prima tra noi, e le Muse sicelides e i vari poeti e vati della Magna Grecia fossero stati nostri.
A questi Greci, schiavi o liberti, che popolavan Roma, dispensandovi la scienza, dai patriotti guardavansi in cagnesco, e si giungeva perfino a trattarli da ladri e peggio, e si poneva in canzone il loro grave sussiego assai volentieri, e ridevasi di cuore alle tirate contro essi in teatro, e il popolo tutto applaudiva. Così fu all’entrar in iscena di Curculione in Plauto al declamar di que’ versi:
Tum isti Græci palliati, capite operto qui ambulant,