Qui incedunt suffarcinati cum libris, cum sportulis,

Constant, conferunt sermones inter se drapetæ:

Obstant, obsistunt, incedunt cum suis sententiis

Quos semper videas bibentes esse in thermopolio:

Ubi quid surripuere, operto capituto, calidum bibunt

Tristes atque ebrioli incedunt....[229]

Marco Tullio, nel libro II de Oratore, c. LXVI, rammenta del proprio avo, Marco Cicerone, come avesse a dire: nostros homines similes esse Syrorum venalium; ut quisque optimi græce sciret, ita esse nequissimum[231]: lo che dimostra come non fosse disapprovata questa grecomania dal volgo soltanto, ma ben anco da uomini austeri e di autorità; perocchè quel vecchio uomo dovesse nel suo municipio aver avuto considerazione e voce, se aveva potuto con frutto farsi oppositore a M. Gratidio, che proponeva la legge tabellaria.

Ma quantunque si affettasse questo publico sprezzo per cotesti schiavi o liberti greci, nè si volesse far credere che alle lettere nazionali si anteponesse la stima e lo studio di quelle di Grecia; quantunque si armasse perfino l’autorità del governo con editti e leggi contro l’irruenza della straniera dottrina; pur nondimeno accadde che gli uomini illuminati di un’età più matura, astretti ad eleggere tra l’abbandono di ogni filosofica speculazione, e la disobbedienza al governo, furono condotti ad attenersi a quest’ultimo partito dall’amore delle lettere, il quale allorchè ha posto radice, cresce ogni giorno, perchè ha in sè stesso la sua fruizione. Nè ciò fu tutto; avvegnacchè tutti i patrizi non solo e i più facoltosi, ma eziandio tutti quelli che appena l’avessero potuto, dopo i primi studj in patria compiti, mandassero per ciò i loro figli a perfezionarsi in Grecia. Era una vera colonia di distinta gioventù romana, che si trovava per conseguenza in Apollonia, in Rodi, in Mitilene ed in Atene, eclettica e nella sua filosofia, come ne’ suoi costumi; e sotto le ombre severe dell’Accademia e nei giardini d’Epicuro si informava essa a giganti progetti di guerra, egualmente che alle severe discipline della vera eloquenza e della poesia.

Orazio medesimo, sebben figlio di liberto, si trovò alla sua volta condiscepolo di Marco Bruto alla scuola di Teonesto e di Cratippo; e fu colà per avventura, che stringendosi in amicizia con quel fiero repubblicano, potè per di lui mezzo ottenere dipoi il comando d’una di quelle legioni, che soccombettero nei campi di Filippi, e dove ei, gittando lo scudo, certo non fe’ prova di molto valore.

Buon per lui nondimeno che nella Grecia aveva potuto il suo genio spaziare più libero, aggraziarsi, profumarsi e così preparare lo spirito a quelle innovazioni nella poesia, da poter esser detto il primo de’ lirici latini, anzi quello che creò la lirica latina. Inceppata per lui, come per gli altri, era stata la educazione della mente in Roma: essa erasi voluto costringere a limitarsi alla sola conoscenza e studio delle cose antiche e già troppo viete; ma con Livio Andronico, con Ennio, con Nevio, Pacuvio, Accio ed Afranio soltanto non s’andava innanzi. Va bene, dice Orazio, che sian codesti altrettanti modelli; va bene che Roma tragga a’ teatri ad applaudirli: il popolo talvolta vede giusto, ma talvolta anche s’inganna. S’egli ammira gli antichi autori, s’ei gli esalta al punto di nulla trovare che li sorpassi, niente che loro regga a petto, s’inganna a partito; ma s’egli ammette che ad ogni tratto si incespichi con essi in termini che han fatto il loro tempo, e in uno stile bislacco, è nel vero, e la pensa come noi. Io non l’ho contro a Livio, nè penso che sieno da annientare i suoi versi che mi dettava fanciullo Orbilio di piagosa memoria; ma è egli poi giusto che per qualche concetto, qui e qua brillante, per un paio di versi un po’ meglio scorrevoli de’ restanti, abbiasi ad andare in visibilio?...