Più sopra accennai come nei primi cinque secoli Roma si trovasse sprovveduta affatto d’ogni nozione di matematica: essa quindi le attinse, come per gli altri rami dello scibile, a fonti greche, piuttosto occupati della pratica applicazione nello scompartimento dei terreni, nella disposizione degli accampamenti e nella costruzione dei grandi e sontuosi edifizi. Tra gli scrittori che si distinsero in siffatta materia, primeggia Marco Vitruvio Pollione, coll’opera sua De Architectura in dieci libri, a lui commessa da Augusto ed alla quale ho tante volte in questa mia ricorso, perocchè sia utilissima per la storia e la letteratura dell’arte presso gli antichi e contenga viste elevate e filosofiche, comunque talvolta pecchi di oscurità, e di disordine.
Lo studio della natura vantò a suo principale cultore Cajo Plinio Secondo Maggiore o il Vecchio (23-79 anni dopo G. C.) del quale ho già a lungo parlato nel dire del cataclisma pompejano; l’Economia rurale mette innanzi L. Giunio Moderato Columella, che scrisse dodici libri De Re Rustica; e la Geografia Pomponio Mela che ne dettò, circa al tempo di Nerone, un compendio in tre libri: De situ Orbis, tratto in gran parte dalle opere greche, ma con molta accuratezza, giudizio e critica.
E così fiorirono parimenti le scienze. Ho già notato le cause per le quali il nascimento e lo sviluppo d’una filosofia nazionale in Roma, fosse pressochè impossibile, giacchè il genio speculativo dovesse necessariamente essere alieno dallo spirito pratico politico e guerriero dei Romani. Essi infatti non entrarono mai nella sfera dei problemi filosofici per esercitarvi la loro attività individuale. Si accontentarono di scegliere e di adattare fra i sistemi della greca filosofia quelli che lor parvero più acconci alla vita politica ed alle abitudini private e solo a quando a quando si risvegliò tra essi qualche interessamento e di gusto per la filosofia quando fu creduta mezzo di sviluppamento intellettuale o di progresso. La filosofia stoica era la più consentanea all’indole romana e in tempi di corruzione e di despotismo essa fu il rifugio delle anime temprate a robusto sentire, ch’ebbero forza di levarsi al disopra del depravamento del proprio secolo. Negli ultimi anni della Republica la filosofia platonica vi fu favorevolmente accolta, perocchè offerisse all’oratore negli ajuti della sua dialettica e dottrina di verisimiglianza alcuni reali vantaggi; ma poi quando i costumi degenerarono, i Romani divennero seguaci per lo più della filosofia di Epicuro, come quella che porgesse ad essi ciò che ad essi abbisognava, un codice, cioè, di prudenza e le norme del piacere; finchè più tardi, sotto l’imperio di Marco Aurelio per breve momento sfolgoreggiò una più vera filosofia. Quella di Aristotele, che in Grecia aveva trovato sì gran numero di proseliti, in Roma parve oscura, nè ebbe attrattive per menti straniere alle astratte speculazioni e più curiose che meditabonde; e non fu quindi che più secoli dopo che invadesse le scuole in Italia e che, puossi dire, essere stata regolatrice delle medesime infine al chiudersi del medio evo; onde fosse nel vero l’Allighieri, quando di questo sommo ebbe a dire:
Vidi il Maestro di color che sanno
Seder tra filosofica famiglia:
Tutti l’ammiran, tutti onor gli fanno[233].
Si è voluto rinfacciare alla filosofia d’Epicuro, anzi alla filosofia in genere, la cagione della caduta della libertà, e si è accusata leggieramente di secolo in secolo con una maravigliosa facilità, come quella che avesse condotto la rovina di Roma: ma tale accusa fu ingiusta. Tutti gli uomini che difesero la republica furon filosofi. Varrone meritò di essere proscritto dai Triumviri, e scampandone appena dalle persecuzioni, perdè la biblioteca e i suoi scritti: Bruto amava siffattamente le greche dottrine, che non eravi al suo tempo, come ci narra Plutarco[234], setta alcuna che da lui conosciuta non fosse. Catone morì leggendo Platone. Cicerone, durante il corso della sua operosa e gloriosa carriera di tanto vantaggio al libero reggimento di Roma sì che la salvasse dalla cospirazione di Catilina, mai non cessò di consacrare alla filosofia tutti i momenti che potè ritogliere a’ suoi doveri di oratore, di soldato e di cittadino. Fin dalla sua infanzia intimo amico di Diodoto, poi discepolo di Possidonio e protettor di Cratippo, egli aveva caro di ripetere che andava tenuto della sua dottrina e della sua eloquenza molto più alla filosofia, che non alla retorica propriamente detta, e mostrò saperla mettere in pratica, quando seppe ricevere il mortal colpo senza dar segno di debolezza, castigandosi per tal modo d’avere sperato in Ottaviano.
La storia pel contrario non ci trasmise che i distruttori della romana libertà nutrissero per la meditazione un pari amore.
Non ci vien narrato che Catilina fosse filosofo; Cesare, al principio di sua funesta carriera, professò in senato principj di triviale irreligione e grossolani assiomi, cui probabilmente questo giovane cospiratore aveva raccolti ne’ suoi intervalli delle sue dissolutezze e delle sue trame. Il voluttuoso Marc’Antonio, l’imbecille e codardo Lepido e tutti quelli avviliti senatori e que’ centurioni feroci, di cui gli uni tradirono, gli altri dilaniarono Roma spirante, non si erano, a quanto si sappia, formati a nessuna scuola di filosofia.
Tutto questo movimento letterario e scientifico in Roma per altro non era che un possente riflesso della greca letteratura e dottrina, e della quale fu anzi tanta l’influenza che, se il latino idioma doveva necessariamente essere il linguaggio della magistratura, il greco divenne quello della coltura e dell’eleganza. Questo si parlò nella conversazione, nella famiglia e perfin nell’amore, dove trovasi più soave appellar l’amica, come notò con derisione Marziale, dicendola ζωή, ψυχὴ, cioè vita e anima; e Orazio raccomandò nell’Arte Poetica, a’ Pisoni il continuo studio dei greci esemplari: