vos exemplaria græca

Nocturna versate manu, versate diurna[235].

Già qualche cosa, parlando della lingua usata in Pompei, trattai della coltura in questa città: ora con quanto ho testè detto di Roma, rimane completato per riguardo a Pompei; perocchè ripeto le provincie e più ancora le colonie seguissero in tutto l’andamento della capitale.

Gli schiavi poi applicati a copiar manoscritti provvidero i privati di buone biblioteche. Già Paolo Emilio aveva dato l’esempio di cosiffatta raccolta, trasportando a Roma quella di Perseo re di Macedonia da lui vinto: Silla aveva fatto altrettanto trasportando da Atene quella di Apellicone Tejo; e più ricca l’ebbe il fastosissimo Lucullo: Cicerone aveva di libri fatto egli pure incetta; ma tutte finallora erano state proprietà private. Chi pensava a dotarne di una il publico, quale era stata a Pergamo ed Alessandria, incaricandone Varrone, reputato il più dotto de’ suoi tempi, fu Cesare, ajutato poi in questo suo egregio pensiero da Asinio Pollione, dopo che Cesare era stato da morte impedito di condurlo ad effetto. P. Vittore conta ventinove biblioteche in Roma, ultima fra le quali quella di Marziale, che ne’ suoi epigrammi non può resistere all’amor proprio di ricordarla.

Pompei non aveva biblioteche pubbliche, nè forse l’ebbe pur Ercolano: almeno traccia di esse non presentarono finora gli scavi; ma e di una città e dell’altra ho già a suo luogo nondimeno osservato quanti papiri siansi raccolti mezzo arsi e con sommo artificio svolti e interpretati; quantunque finora non si possa dire d’essersi vindicato dall’azione distruggitrice del tempo un’opera qualunque che fosse di una grande importanza.

Volendo or qui toccare alcun che del modo tenuto nello scrivere, poichè altrove ho già detto delle tavolette cerate, e pur altrove ed anche adesso de’ papiri e delle pergamene, accennerò come su queste ultime scrivessero in fogli non ritagliati e quadrati, nè da ambe le facciate, come usiamo noi; ma per il lungo, e da una sola parte, ed acciò la grandezza non cagionasse impedimento nello scrivere, per fissarla, usavano d’una bacchettina di cedro o d’ebano, con capi d’oro o di gemma, indi piegassero la carta arrotolandola, e per questo rivolgimento avesse a nascere il vocabolo di volume, volumen.

La gente d’umile condizione scriveva pel contrario d’ambe le facciate; lo che venne mano mano in uso anche degli scienziati; onde Cicerone scrivendo ad un suo famigliare, avesse a dire d’aver sentito gran dispiacere nel leggere la prima facciata della lettera di lui e grande contentezza nel voltar l’altra[236]; Giovenale parlasse di una certa tragedia scritta in questa foggia[237]; Marziale ad accennare del proprio libro stesso così scritto[238]; e Plinio il Giovane, finalmente, scrivendo a Marco, dandogli conto d’alcune opere eredate dallo zio, l’illustre naturalista, in ispecie gli narrasse di censessanta commentarii scritti da una facciata e dall’altra[239].

Le iscrizioni e titoli delle opere, secondo ne fa fede Vitruvio[240], venivano ornate con minio, e le carte stropicciate sottilmente con olio di cedro, proveniente dal Libano, non tanto per conservarle dal tarlo, quanto per renderle odorose; onde Orazio, nell’Arte Poetica, a significare opera meritevole d’immortalità, in quel modo che si credevano durar le cose unte coll’olio di cedro, usò di questo concetto:

. . . . . cedro digna locutus;

e Ovidio non meno vi fece allusione nel primo libro Dei tristi, in quel verso: