I medici publici, ben lontani dal sentire la dignità degli odierni, esercitavano il loro mestiere in una bottega, alla quale ricorrevano coloro che avessero avuto d’uopo di salassi, di operazioni chirurgiche o di avere strappati i denti; suppergiù come anche adesso in certi rioni di Napoli vedasi sulla bottega di barbiere annunciato che si fanno anche salassi.

E si andava a tastone. Una determinata cura non era riuscita a guarire una malattia, ebbene per essa si ricorreva a farmachi affatto contrarj. Narrasi di Antonio Musa, liberto di Augusto e amicissimo di Virgilio, medico di corte e celebratissimo, tal che gli furono eretti, a cagion di lode, statue e monumenti, che avendo veduto che i bagni caldi non avevano punto giovato al padrone aggravatissimo, gli consigliasse i bagni freddi e questi adottati, l’avessero a guarire. E del chirurgo Arcagato, del quale ho parlato più sopra, come primo introduttore della medicina in Roma, si racconta essere stato cotanto sanguinario, che il datogli soprannome di vulnerario gli venisse presto mutato in quello di carnefice.

Come maravigliare allora di quel che menzionò Plinio il Vecchio dell’antico Catone avere scritto al figlio: jurarunt inter se Barbaros necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit, et facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos quam alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi de medicis[243].

Quindi è che ottenne fama e voga Asclepiade di Prusia in Bitinia, che recatosi a esercitar medicina in Roma un secolo prima di Cristo, deducendo le differenti malattie da viziosa dilatazione o stringimento de’ pori, e riducendo la medicina a rimedi che producessero l’effetto contrario, voleva una cura limitata a dieta, ginnastica, fregagioni, vino, uso di semplici e divieto d’ogni farmaco violento ed interno. A lui si attribuisce l’invenzione delle doccie, che si designarono col nome di balneæ pensiles. Furonvi altri medici che conseguirono celebrità, come il dottissimo Aulo Cornelio Celso, vissuto a’ tempi d’Augusto, che nulla per altro innovò, solo spiegando buon criterio nell’adottare le dottrine de’ suoi predecessori, dettando que’ libri, De Artibus, de’ quali otto sono ancora superstiti[244]; e come Scribonio Largo Designaziano, siculo o rodio del tempo di Claudio, che nel trattato De Compositione Medicamentorum, che sussiste tuttavia, ed è tenuto in poco conto, cercò combinare le dottrine metodiche coll’empirismo, insegnando a non levare il dente leso, ma levarne solo la parte guasta, e suggerendo l’applicazione della elettricità pel mal di capo, mediante una torpedine viva; ed Erodico da Leonzio, che trovò la medicina ginnastica, curando con violenti esercizj susseguiti da bagno, a un di presso come farebbesi oggi a Grafenberg.

Claudio Galeno di Pergamo, di vastissimo ingegno, studiosissimo della natura e dell’anatomia, non venne in Roma che più tardi, al tempo, cioè, di Marco Aurelio imperatore.

Piacemi qui ad ogni modo segnalare come la città di Crotone, la formidabile rivale di Sibari, nel golfo di Taranto, fosse celebrata fin dall’antico per l’eccellenza de’ suoi medici e chirurghi.

La professione del medico era lucrosissima. Manlio Cornuto prometteva duecentomila sesterzj a chi l’avesse guarito dal lichene, malattia alla faccia; altrettanto si fece pagare Carmide un viaggio in provincia, egli che tuffava tutta Roma e fino i consoli e i senatori decrepiti nell’acqua gelata; Alcmeone raggranellò una fortuna di dieci milioni di sesterzj; Quinto Stertinio riceveva cinquecentomila sesterzj dagli imperatori, e dalla clientela in Roma seicentomila all’anno, e congiuntamente a suo fratello, lasciò un patrimonio di trenta milioni di sesterzj, oltre all’aver dotata Napoli di opere superbe. Dieci milioni ne lasciò Crinate, dopo di averne consacrati altri dieci a rialzare le mura di Marsiglia sua patria: e Valente ed Eudemo, medici e drudi di Messalina e di Livia, disponevano a capriccio del talamo e del tesoro imperiale.

Tranne questi medici principali e forastieri, per lo più greci, vessati del resto anch’essi e costretti anzi a partire da Roma, dove non ritornarono che più tardi, gli altri medici erano per lo più schiavi o liberti, e quindi i primi esposti in caso di mala riuscita, alla battitura e alla catena, e i secondi alla condanna da parte della giustizia ad ammende considerevoli.

Le cortigiane poi che non erano sotto la vigilanza dell’edile, affidavansi a certe vecchie medichesse, medicæ che non solo erano levatrici, ma addette eziandio alla magia ed alla medicina empirica. Trovasi infatti in Grutero, un’iscrizione che ricorda una Seconda medichessa:

Secunda L. Livinæ Medica.