Se la medicina per sì lungo tempo rimase un vero empirismo, nè si sollevò che più tardi colla coordinazione dei fatti e risultamenti all’onore di scienza: puossi argomentare facilmente come in ricambio si dovesse ricorrere a prodotti chimici, ad empiastri, ad erbe, a beveroni, a dettame di que’ cerretani nelle cui mani trovavasi l’arte salutare. E v’erano donne altresì che la pretendevano a sapienza nelle scelte e distillamento delle erbe e componevano filtri, che la superstizione e i pregiudizi d’ogni maniera facevano credere atti a dare o togliere l’amore, a portare o distruggere la fortuna e vie via a secondare ogni sorta di passioni, ma principalmente quella degli appetiti sfrenati e lussuriosi onde dicevansi afrodisiaci. Ma essi, grida Ovidio, non recano vantaggio alle fanciulle, ma nuocono alla ragione contenendo i germi della pazzia furiosa.

Questi empirici, antidotari e farmacisti erano però venuti nell’universale disprezzo, quantunque i più vi ricorressero: a un dipresso come vediamo adesso derisi magnetizzatori e sonnambule, tiratrici di carte e indovini, ma, ciò malgrado, contar numerosa clientela e raggrannellar ricchezza. Orazio li mise a fascio colle sgualdrine ambubaje in quel verso che nel capitolo dell’Anfiteatro ho già citato:

Ambubajarum collegia, farmacopolæ.

Fra questi empirici si distinsero nondimeno molti dotti botanici e manipolatori ingegnosi. Sotto Tiberio, Menecrate inventor del diachilo, componeva empiastri, spesso efficaci contro le erpeti, i tumori e le scrofole; Servilio Democrate fabbricava eccellenti emollienti.

Pharmacopolæ appellavansi i venditori di farmachi, ma non per questo si possono dire pari agli odierni farmacisti, perocchè questi or vendano i semplici e manipolino i medicamenti giusta le prescrizioni dei medici; mentre quelli fabbricavan rimedj di proprio capo e li spacciavano, come fanno gli odierni cerretani; onde Catone, presso Gellio, fosse nella ragione allorchè disse: Itaque auditis, non auscultatis, tanquam pharmacopolam. Nam ejus verba audiuntur, verum ei se nemo committit, si æger est[248].

Erano i Seplasarii che vendevano i semplici, e spacciavano pure profumi, droghe, unguenti ed aromi.

Sotto il nome di sagæ venivano le specie diverse di venditrici d’unguenti e di filtri, che fabbricavano spesso con magici riti inventati nella Tessaglia. Ignoranti assai sovente della efficacia delle erbe che trattavano, non è a dirsi se causassero anche di funeste conseguenze. Così perirono anzi tempo Licinio Lucullo amico di Cicerone, il poeta Lucrezio e tanti altri.

Orazio, che era stato amante d’una Gratidia, ch’era una tra le più celebri sagæ di Roma, stando a quanto ne scrissero i suoi scoliasti, rimproverò a costei, che raccomandò co’ suoi versi immortali alla esecrazione dei posteri sotto il nome di Canidia, il funesto potere delle sue pozioni amorose, che gli tolsero gioventù, forza, illusioni e salute[249].

In Pompei, sull’angolo d’un viottolo, si credè ravvisare una fabbrica di prodotti chimici. Sulla sua facciata si lessero diverse iscrizioni, tra cui l’una che accenna a Gneo Elvio Sabino; un’altra a Cajo Calvenzio Sellio. La fabbrica consta di due botteghe: a destra dell’atrio vi è un triplice fornello destinato a tre grandi caldaje disposte a differenti altezze. Nella casa si conteneva gran quantità di droghe carbonizzate. Nel 1818, in faccia alla via Domiziana, sull’angolo d’un’isola triangolare, si sterrò una taberna di seplasarius o farmacista. Per mostra aveva dipinto un grosso serpente che morde un pomo di pino. Il serpe era l’attributo di Igea, la dea della salute, e di Esculapio: esso è ancora l’emblema delle odierne farmacie. In Pompei, come abbiamo altrove notato, valeva ad altri scopi eziandio, nè quindi avrebbe certo bastato a fissare la designazione a questa taberna di officina farmaceutica, dove non si fossero trovati nell’interno diversi altri medicamenti, preparazioni chimiche, vasi con farmachi disseccati e pillole, e spatole e una cassetta in bronzo a comparti contenente droghe, e una lama di porfido per distendere e stemprare gli empiastri. Questa cassetta conservasi al Museo in un con un bel candelabro di bronzo.

Dyer poi[250] scrive essersi colà trovato eziandio un gran vaso di vetro capace di contenere due galloni (9l, 086), nel quale vi era un gallone e mezzo (6l, 814) d’un liquido rossastro che si pretende fosse un balsamo. Essendo stato aperto il vaso, il liquido cominciò a svaporare rapidissimamente, onde si affrettò a chiuderlo di nuovo ermeticamente.