Questo è quanto pare a me compendj brevissimamente la condizione dello scibile d’allora e il suo insegnamento.
Finora non si raccolsero dati essere esistite altre scuole in Pompei fuori di quelle che ricordai nel presente capitolo, nè forse gli Scavi altre ne metteranno alla luce. Si sa del resto, per gli usi generali in Roma, e quindi anche nelle colonie, che vi fossero scuole private, in ciò che per la puerizia delle classi agiate ogni famiglia avesse il suo schiavo, destinato a dare i primi rudimenti letterarj; poi erano i grammatici che subentravano ad ammaestrare nello scrivere e nello studio degli scrittori e nel greco, e dopo avea luogo il perfezionamento in Grecia nelle discipline della filosofia. Reduci in patria, o era nell’esercito che eleggevano la carriera e traevano alle guerre, di cui Roma non aveva penuria mai, o entravano nella magistratura, o praticavano dagli oratori più rinomati ad apprendere l’eloquenza del foro; assai sovente poi tutte queste professioni volta a volta esercitando, cioè passando dal foro alle cariche civili, e da queste a’ gradi militari, ora magistrati e ora soldati.
Non vi volevano che i vizj e le scelleraggini dell’impero per chiamare su Roma e l’Italia il torrente barbarico e far iscomparire istituzioni e civiltà, e quando questa potè far di nuovo capolino e ricomparire sulle rovine indagate del passato, si è procacciato di ricostruire, senza che finora si possa dire che da noi siasi fatto meglio de’ nostri gloriosi maggiori.
Ad ogni modo, anche la sapienza odierna spesso piacesi confortare sè stessa dell’autorità della sapienza romana, che invoca come oracolo sacro e senza appello.
CAPITOLO XVII. Tabernæ.
Istinti dei Romani — Soldati per forza — Agricoltori — Poca importanza del commercio coll’estero — Commercio marittimo di Pompei — Commercio marittimo di Roma — Ignoranza della nautica — Commercio d’Importazione — Modo di bilancio — Ragioni di decadimento della grandezza romana — Industria — Da chi esercitata — Mensarii ed Argentarii — Usura — Artigiani distinti in categorie — Commercio al minuto — Commercio delle botteghe — Commercio della strada — Fori nundinari o venali — Il Portorium o tassa delle derrate portate al mercato — Le tabernæ e loro costruzione — Institores — Mostre o insegne — Popinæ, thermopolia, cauponæ, œnopolia — Mercanti ambulanti — Cerretani — Grande e piccolo Commercio in Pompei — Foro nundinario di Pompei — Tabernæ — Le insegne delle botteghe — Alberghi di Albino, di Giulio Polibio e Agato Vajo, dell’Elefante o di Sittio e della Via delle Tombe — Thermopolia — Pistrini, Pistores, Siliginari — Plauto, Terenzio, Cleante e Pittaco Re, mugnai — Le mole di Pompei — Pistrini diversi — Paquio Proculo, fornajo duumviro di giustizia — Ritratto di lui e di sua moglie — Venditorio d’olio — Ganeum — Lattivendolo — Fruttajuolo — Macellai — Myropolium, profumi e profumieri — Tonstrina, o barbieria — Sarti — Magazzeno di tele e di stoffe — Lavanderie — La Ninfa Eco — Il Conciapelli — Calzoleria e Selleria — Tintori — Arte Fullonica — Fulloniche di Pompei — Fabbriche di Sapone — Orefici — Fabbri e falegnami — Profectus fabrorum — Vasaj e vetrai — Vasi vinarj — Salve Lucru.
Sotto questo nome di tabernæ, chè così i latini chiamavano le botteghe, il capitolo presente è chiamato a far assistere il lettore al movimento dell’industria pompejana e del suo commercio. La storia del commercio romano non corre sempre parallela, come nelle altre cose che abbiam osservato finora, colla storia del commercio della piccola città di Pompei: tuttavia essa si comprende nella storia generale di quello della gran Roma, come la parte nel tutto, che però dovrò riassumere brevemente, e di tal guisa saran raggiunti i miei intenti, e il lettore si avrà così anche questa parte importante della vita di quella repubblica famosa, che compendia tutta l’Italia antica.
Quando si pensa che i Romani fondarono la più vasta e formidabile monarchia del mondo, parrebbe che si dovesse argomentare che essi avrebbero dovuto avere una corrispondente ricchezza e floridezza di commercio; ma non fu veramente così. Come abbiam veduto delle scienze, che non presero a mostrarsi in Roma che cinque secoli dopo la sua fondazione; così fu anche del commercio e dell’industria. Insino alla prima Guerra Punica, i Romani non erano per anco usciti d’Italia, nè pur potevano avere stabiliti commerci coll’estero. Poveri e soldati, non ebbero tampoco nozione alcuna di commercio, e neppure ne sentirono il bisogno. Erasi infatti ai primi giorni dell’infanzia di un popolo, divenuto poi conquistatore, che era ai prodromi di quelle convulsioni che l’avrebbero di poi così violentemente agitato. Fin dalle origini, più che impaziente di gittarsi alle conquiste, come da non pochi scrittori si volle far credere, ciò desumendo piuttosto dai moltissimi fatti onde si ordì la sua storia, che dal più diligente studio del suo primitivo costume e delle sue abitudini; forzato ad essere soldato per difendersi dagli incessanti attacchi dei Sabini, degli Etruschi e dei Sanniti; tanto il carattere suo che le sue leggi naturalmente assumer dovevano una tinta militare; e però l’educazione doveva piegare alla più severa disciplina, alla più passiva obbedienza. Sì certo; il popolo romano era per istinto pastore e lo si può credere a Catone, che così ce lo attesta nella prefazione all’opera sua, De Re Rustica: Majores nostri virum bonum ita laudabant: bonum agricolam, bonumque colonum. Amplissime laudari existimabatur qui ita laudabatur[251]. Conquistando adunque l’universo, non fece che difendere o proteggere la propria indipendenza, nè combattè che per assicurarsi le dolcezze della pace, alla quale continuamente aspirava. Properzio mostra che pur a’ suoi tempi la si pensava così della patria romana, quantunque l’epoca sua ribollisse per la febbre delle conquiste, in quel verso:
Armis apta magis tellus quam commoda noxæ[252];
ciò che del resto affermava pure Sallustio, quando, narrando della Guerra Catilinaria, qualificava la romana razza genus hominum agreste, sine legibus, sine imperio, liberum atque solutum[253]; e più innanzi così enunciava gli scopi de’ loro fatti militari: hostibus obviam ire, libertatem, patriam, parentesque armis tegere[254]. Ciò non tolse che il dovere star sempre all’erta e dover respingere tanti e innumerevoli nemici, avesse a modificare le primitive inclinazioni. Epperò l’occupazione generale doveva essere di ginnastiche esercitazioni, di ludi bellici, di studio, di violente imprese, e si hanno così le ragioni di que’ fatti d’armi gloriosi che si succedevano senza posa l’un l’altro e di quelle virtù eziandio primitive che si videro scemare man mano che crebbe la potenza romana e con essa le passioni individuali.