I Romani inoltre situati fra tanti popoli e nazioni prodi e bellicosi, che dovevano diventare? Altrettanti soldati, risponde il Mengotti nell’opera sua, Il Commercio dei Romani[255]. Bisognava o distruggere o essere distrutti. Stettero dunque coll’armi alla mano per quattro secoli, rodendo pertinacemente i confini ora di questo, ora di quello stato, finchè superati tutti gli ostacoli, dominati i Sanniti e vinto Pirro, o piuttosto non vinti da lui, si resero signori d’Italia. In appresso l’orgoglio, che ispira la felicità delle prime imprese e la smoderata cupidità di bottino, gli stimolarono a divenir conquistatori della terra. Questo fu il genio che si venne necessariamente formando e il carattere de’ Romani. La guerra, dopo che divenne indispensabile, fu la loro educazione, il loro mestiere e la loro passion dominante. Essi furono quindi soldati per massima di stato, per forza di istituzione, per necessità di difesa, per influenza di religione, per esempio de’ ricchi e dopo altresì che divennero ricchi e potenti in Italia, conservarono la stessa ferocia e la stessa tendenza a crescere di stato per il lungo uso di vincere e per impulso delle prime impressioni.
Un popolo poi fiero e conquistatore riguarda allora la negoziazione come un mestiere ignobile, mercenario ed indegno della propria grandezza. Le idee vaste, i piani magnifici, i progetti brillanti, i pensieri ambiziosi di gloria e di rinomanza, lo splendore e la celebrità delle vittorie, la boria de’ titoli, la pompa ed il fasto de’ trionfi non si confacevano con le piccole idee e coi minuti particolari della mercatura. Lo stesso Cicerone preponeva ad ogni altra virtù la virtù militare: Rei militaris virtus præstat cæteris omnibus; hæc populo romano, hæc huic urbi æternam gloriam peperit[256].
All’agricoltura, la passione e virtù d’origine, si sarebbero piuttosto nei giorni di calma e in ricambio rivolti, tornando più confacente a que’ caratteri indomiti; e così que’ grandi capitani che furono Camillo, Cincinnato, Fabrizio e Curio alternavano le cure della guerra con quelle del campo, infra i solchi del quale era duopo che i militari tribuni andassero a cercarli quando avveniva rottura di ostilità coi popoli limitrofi.
Quindi nulle le arti, povere le manifatture, rustico il costume. Grossolane le vesti, venivano confezionate dalle spose pei mariti; onde si diceva della donna a sommo di lode, domum mansit, lanam fecit[257], e i capi stessi non permettevansi lusso maggiore; sì che si legga nelle storie di Roma della toga di Servio Tullio, lavoro di sua moglie Tanaquilla, che stesse gran tempo, siccome sacra memoria, appesa nel tempio della Fortuna.
Colle spoglie de’ vinti nemici si fabbricarono e ornarono persino i templi: nulla insomma si faceva in casa propria.
Quali arti dunque, chiede ancora il Mengotti, seguite pur dal Boccardo, qual industria, quali manifatture, qual commercio potevano avere i Romani senza coltura, senza lettere, senza scienze? Le arti tutte e le scienze si prestano un vicendevole soccorso e riflettono, per dir così, la loro luce, le une sulle altre. Tutte le cognizioni hanno un legame ed un’affinità fra di loro. La poca scienza della navigazione presso i Romani contribuì finalmente ad impedire che il traffico progredisse.
Tuttavia noi abbiam veduto diggià, nel ritessere la storia di Pompei, come questa città fosse emporio di commercio marittimo e così erano pure città commercianti tutte quelle littorane. Ma esse erano quasi divise allora dalla vita e partecipazione romana. La Sicilia contava floridi regni, che hanno una propria ed onorifica istoria, e la Campania, ed altre terre che costituiron di poi lo stato di Napoli, popolate da gente di greca stirpe, giunse a tale di prosperità, da essere appellata dai Greci stessi Magna Grecia. Navigarono questi commercianti della Campania lungo le coste d’Italia e delle isole vicine, visitarono la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, e fino in Africa pervennero a vendervi e scambiarvi i ricchi prodotti del suolo. Del commercio di Pompei con Alessandria ho già trattato, allor che dissi dell’importazione fatta dagli Alessandrini in Pompei; fra l’altre cose, pur del culto dell’egizia Iside.
Istessamente abbiam qualche dato che attesta il commercio marittimo di Roma con l’Africa. Nell’anno che seguì l’espulsione dei re da Roma, venne, al dir di Polibio[258], conchiuso fra questa repubblica e Cartagine il primo trattato di commercio, che fu di poi rinnovato due volte. Vuolsi dire per altro che nelle loro relazioni con Cartagine i Romani comprassero più che non vendessero, importando di là tessuti rinomati per la loro leggerezza, oreficerie, avorio, ambra, pietre preziose e stagno; e però può aver ragione il succitato Mengotti nel credere che fossero stati piuttosto i Cartaginesi, sovrani allora del mare, i quali fossero andati ai Romani, anzi che questi a quelli; giacchè dove avessero avuto vascelli o navi proprie e conosciuta la nautica, se ne sarebbero valsi a respingere Pirro dal lido italico, nè le tempeste e gli scogli avrebbero distrutte sempre le loro flotte; tal che la strage causata dai naufragi fosse sì grande, che da un censo all’altro si avesse a trovare una diminuzione in Roma di quasi novantamila cittadini[259].
Porran suggello a questo vero dell’imperizia de’ Romani nella nautica, le frequenti disfatte toccate da essi nei mari, la guerra de’ Pirati, che li andavano ad insultare sugli occhi proprj, e le parole di Cicerone che l’abbandono vergognoso della loro marina chiama labem et ignominiam reipublicæ[260], macchia e ignominia della Repubblica.
Ma le cose migliorarono, convien dirlo, dopo Augusto, se Plinio ci fa sapere che i Romani portassero ad Alessandria ogni anno per cinque milioni di mercanzie, e vi guadagnassero il centuplo, e se tanto interesse vi avessero a trovare, da spingere la gelosia loro a vietare ad ogni straniero l’entrata nel mar Rosso.