Roma per cinquanta miglia di circonferenza, con quattro milioni di abitanti[261], con ricchezze innumerevoli versate in essa da conquiste e depredamenti di tante nazioni, con infinite esigenze di lusso e di mollezza da parte de’ suoi facoltosi, opulenti come i re, doveva avere indubbiamente attirato un vasto commercio, certo per altro più di importazione che di esportazione. Il succitato Plinio ci informa come si profondessero interi patrimonii nelle gemme che si derivavan dall’Oriente, negli aromi dell’Arabia e della Persia; che dall’Egitto poi si cavasse il papiro, il grano ed il vetro, che si cambiavan con olio, vino, e Marziale ci avverte anche con rose in quel verso:

Mitte tuas messes; accipe, Nile, rosas[262]

e dell’Etiopia, profumi, avorio, fiere e cotone, che Virgilio chiama col nome di molle lana:

Nemora Æthiopum molli canentia lana[263].

La Spagna forniva argento, miele, allume, cera, zafferano, pece, biade, vini e lino; le Gallie rame, cavalli, e lana, oro de’ Pirenei, vini, liquori, panni, tele e prosciutti di Bajona; la Britannia stagno e piombo; la Grecia il miele d’Imetto, il bronzo di Corinto assai pregiato, vino, zolfo e trementina, le lane d’Attica, la porpora di Laconia, l’elleboro di Anticira, l’olio di Sicione, il grano di Beozia, nardo, stoffe, pietre preziose e schiavi. L’Asia Minore mandava ferro dell’Eusino, legno della Frigia, gomma del monte Idea, lana di Mileto, zafferani e vini del monte Tmolo, stoviglie di Lidia, profumi e cedri e schiavi della Siria, porpora di Tiro e formaggi.

Ma tutto questo commercio colle nazioni straniere, osserva il Mengotti, come fosse sempre passivo per i Romani; ma se ne ricattavano, osservo io, e colmavano il disavanzo del bilancio colle conquiste, riprendendosi ben presto con la forza ciò che le nazioni commercianti avevano loro spremuto con l’industria, così che non potessero mai esaurire la loro ricchezza per quanto si studiassero di abusarne, siccome è detto in Sallustio: Omnibus modis pecuniam trahunt, vexant; tamen summa libidine divitias suas vincere nequeunt[264]. Il quale Sallustio che così scriveva, attingeva pure a questa limacciosa fonte per abbellire i suoi famosi orti, e l’infame sistema veniva sanzionato dalla religione, essendosi giunto perfino ad erigere un tempio a Giove Predatore.

Non sono quindi d’accordo coll’illustre scrittore del Commercio de’ Romani, che fosse per questo traffico passivo e rovinoso ch’essi cadessero nella povertà e nella barbarie. Le cagioni della decadenza e della barbarie voglion essere attribuite prima alla decrescente prosperità agricola che degenerò presto in rovina e ne fu causa principale la concentrazione dei piccoli poderi in vaste possessioni; quindi la sostituzione del lavoro degli schiavi a quello degli uomini liberi, del quale Plinio espresse gli effetti perniciosi in memorande parole: Coli rura ergastulis pessimum est ut quidquid agitur a desperantibus[265]. Altre e più efficaci cause di desolazioni dell’Italia furono le incessanti guerre. I generali vittoriosi solevano ripartire ai loro soldati le terre conquistate. Codesti barbari d’ogni nazione, dice lo stesso Mengotti, Galli, Germani, Illirii e Numidi, senza affetto per l’Italia, che riguardavano non come patria, ma come una preda e un guiderdone dovuto ai loro servigi, cercavano di emungerla, non di coltivarla; sicchè lo sconvolgimento e la forza, le emigrazioni erano continue e cresceva ogni giorno l’abbandono e lo squallore delle campagne.

Nè fu estranea alla decadenza la diminuzione della popolazione, effetto delle proscrizioni e delle guerre; onde fin sotto di Cesare si pensasse a far provvide leggi, ut exhaustæ urbis frequentia suppeteret, onde sopperire, cioè, alla deficienza di popolazione della esausta città.

La corruzion del costume diede il colpo di grazia. Ingolfandosi i Romani nella mollezza e nel vizio e venendosi essi così eliminando dal servizio attivo dell’armi, presero il loro posto soldati e capi stranieri e così si scalzarono ben presto da quella antica grandezza, per sostituire altri i loro propri interessi. Divenuto l’impero oggetto di disputa e cupidigia, messo all’incanto perfino dalla prepotenza e rapacità de’ pretoriani, gli stranieri impararono la via di casa nostra, vi si stabilirono da padroni e tiranni, e ci fecero a misura di carbone pagare le passate colpe.

In quanto all’industria, nei primi tempi, pochi uomini liberi cercavano ne’ lavori manuali una professione lucrativa: l’agricoltura era la naturale e, se non l’unica, almeno la più onorevole occupazione dei cittadini romani. Ma quando la popolazione di Roma crebbe e la piccola proprietà di una famiglia povera non bastò a nutrir tutti i suoi membri, molti dovettero cercare la loro sussistenza nel lavoro manuale. Questi operai liberi uscivano quasi sempre dalla classe degli schiavi che esercitavano specialmente siffatti lavori e continuavano ad occuparsene, quand’essi avessero ricuperata la loro libertà. Di tal guisa l’industria migliore era esercitata a Roma massimamente dai liberti, che rimanevano clienti dei loro antichi padroni. Si comprende così perchè l’industria, esercitata da cittadini d’ultima classe, da liberti e da schiavi, dovesse essere negletta e disprezzata. I mestieri manuali e il commercio di dettaglio erano considerati come professioni basse, sordida negotia. Cicerone, che per l’altezza dell’ingegno avrebbe dovuto essere superiore ai pregiudizii volgari, pur nondimeno divideva questo contro gli industriali. Noi, scrive egli, dobbiam disprezzare i commercianti che ci provocan l’odio contro di essi. È basso e non è istimabile il mestiere di questi mercenari che locano le loro braccia e non il loro ingegno. Per essi il guadagno non è che il salario della loro schiavitù: mettiamo al medesimo livello l’industria di quelli che comprano per rivendere, perchè per guadagnare, è bisogno che mentiscano. Che mai v’ha di nobile in una bottega? Quale stima accorderemo noi a questa gente, il commercio della quale non ha per oggetto che il piacere, come i pescivendoli, i beccaj, i pizzicagnoli, i cuochi e i profumieri? Concediamo la nostra stima alla medicina, all’architettura, se si voglia; ma in quanto al piccolo commercio, esso è sempre basso: il solo grande non è spregevole tanto.