E così la pensava tutta Roma.

Infatti nel grande commercio non esitavano ad entrare persone dell’ordine equestre, in vista dei forti lucri, grazie ai quali, sotto il nome dei loro liberti, esercitavano spesso la banca, chiamati que’ liberti, mensarii de argentarii, equivalenti ai moderni banchieri. Così ne originava quella schifosissima e fatal piaga che fu l’usura, che divenne anzi prontamente più forte e deplorevole che non la sia de’ nostri giorni.

A conoscerne la misura, citerò quella che si faceva da’ più virtuosi, senza pur credere di mancare alle leggi dell’onesto. Pompeo Magno prestava 600 talenti ad Ariobarzane al 70 per cento, e il severo Bruto, l’ultimo e virtuoso republicano alla esausta città di Salamina mutuava pur forte somma al 48 per cento.

Vuolsi attribuire a Numa Pompilio la distribuzione degli Artigiani in differenti categorie. Le corporazioni dei mestieri erano in numero di otto: i suonatori di tibia, gli orefici, i falegnami, i trattori, i vasai, i fabbricatori di cinture, quelli di corregge, i calderaj e fabbri ferraj, e tutti gli altri artigiani non compresi fra costoro formavano una nona corporazione. Ciascuna corporazione poi aveva i suoi capi, magistri: i fabbri, falegnami o ferraj, che servivano nell’esercito erano sotto gli ordini di un prefetto, præfectus fabrorum, e quelli che si occupavano di costruzioni formavano una categoria particolare, spesso impegnati da un intraprenditore, chiamato ædificator, o magister structor.

In quanto al commercio minuto, vi aveva a Roma, come da noi, quello delle botteghe, tabernæ, e della strada.

Il commercio di strada si faceva principalmente nei fori, detti nundinari, o venali. La ragion del nome ho già dato, intrattenendo il lettore nel capitolo I Fori. Era stato Servio Tullio che, a regolare il commercio fra Roma e la sua campagna e sottometterlo a sorveglianza, aveva stabilito che la popolazion campagnuola venisse tutti i nove giorni alla città a comperarvi ciò che le fosse di bisogno, ed a vendere le sue derrate. Ho già ricordato in quell’occasione e il forum boarium o mercato de’ buoi; il suarium o quello dei porci; il piscarium, o de’ pesci; il pistorium, o del pane; cupedinis, o de’ frutti e delle confetture. V’era anche il forum macellum destinato alle carni non solo, ma a designare l’insiem de’ mercati, che tutti erano vicini, lungo il Tevere, facili così a essere vigilati dagli Edili, che spezzavano i falsi pesi e le false misure, e gettavano alle onde di quel fiume i generi di cattiva qualità. Era sulla piazza stessa del mercato che gli Agenti del tesoro venivano ad esigere dai venditori il portorium, o tassa su tutte le merci che vi apportavano.

Oltre i mercati, vi erano anche botteghe. Erano queste il più spesso semplici baracche in legno, coperte di tavole ed adossate alle case. Dovevano essere per conseguenza anguste, male arieggiate e peggio illuminate, ma di tal prezzo di locazione che Cicerone ci apprende che molti ricchi proprietarj ne facessero costruire tutt’all’intorno delle loro magnifiche dimore, ricavandone enormi somme. Non mancavano del resto di coloro, che allettati dalla cupidigia del denaro, facessero tenere per loro conto da schiavi, liberti, o mercenari, che si dicevano institores, quelle botteghe, massime a vendita di pane e di carni.

Presso a tutti i luoghi publici, come bagni, teatri, circhi, trovavansi mercanti di vino, di bevande calde e cibi cotti. Al disopra delle botteghe mettevansi insegne a pittura. Ho già in altro capitolo recato all’uopo un passo d’Orazio che attesta questo costume; nè ciò bastando, si esponevano fuor della porta in bella mostra le mercanzie. Le più ricche erano quelle dei Septa Julia e attiravano il più gran numero di avventori.

Era certo che tutte queste baracche che costeggiavano le case dovessero essere di grande ingombro alle vie, che non erano sempre così larghe, come si potrebbe credere. L’inconveniente — a togliere in qualche parte il quale, aveva contribuito l’incendio di Nerone, — durò fin sotto Domiziano, che finalmente vietò che si costruissero presso le case, appunto perchè restringessero esse di molto la via publica, e Marziale, sempre pronto ad incensare quel Cesare, che dopo morte vituperò, così ne lo loda del savio provvedimento:

Abstulerat totam temerarius institor urbem,