Defluxit numerus Saturnius, et grave virus.
Munditiæ pepulere; sed in longum tamen ævum
Manserunt, hodieque manent vestigia ruris
Serus enim Græcis admovit acumina chartis etc.[25]
Con che per altro, in certo modo, smentisce sè stesso, perocchè pur rammenti in questi versi che un’arte già vi fosse in Italia sussistente. Infatti era già gran pezza che in Sicilia esisteva: recite si facevano pur altrove in versi saturnici, o fescennini così chiamati da Fescennia, città dove molto erano invalse le Sature, mescolanza di musica, recita e danza, ed anco i ludi scenici già esistenti in Etruria e dedotti in Roma, come superiormente riferii, fin dall’anno 380 di Roma, provano che l’Italia non attese che Grecia le apprendesse l’arte drammatica.
E prima ancora della importazione dell’arte greca, sono le Atellane, così nomate da Atella, città antica della Campania fra Capua e Napoli, favole esse, o specie di commedie che furono del pari introdotte in Roma, e vi ottennero largo favore sotto il nome di ludi osci, perchè scritte in lingua osca e dagli Osci inventate. Taluno vorrebbe perfino somigliare le atellane alle nostre commedie a soggetto; certo, recitate da’ giovani bennati, allettavano grandemente il popolo per lo scherzo continuamente vivace e per la loro originalità.
Il Macco o Sannio, progenitore del nostro Zanni o Arlecchino, era già allora in voga ed era un buffone, raso il capo, vestito di cenci a vario colore ed anche negli scavi di Pompei si trovò il Pulcinella, maschera atellana, pervenuta insino a noi, ed alla quale in Napoli è specialmente destinato pur a’ dì nostri un teatro, quello detto di San Carlino, frequentatissimo dal popolo e da chi ama alle facezie di lui esilararsi.
Aristotele e Solino riconobbero l’arte drammatica anch’essi come nata in Sicilia e trasportata in Atene da Epicarmo e Formione, ovvero dalla Magna Grecia, ove molti Pitagorici avevano scritto commedie, e tra essi il tarantino Rintone, che inventò una commedia che in Roma designavasi appunto dal suo nome Rintonica.
Ma chi è dato generalmente pel più antico de’ scrittori comici romani, che introdusse la favola teatrale, che compose drammi con unità di azione, fu Livio Andronico, nativo, credesi, egli pure di Taranto, schiavo e poi fatto libero. Egli rappresentò il suo primo dramma nell’anno 240 avanti l’era volgare, sotto il consolato di C. Claudio e di M. Tuditano, secondo leggesi in Cicerone. Recitando egli medesimo, perdè la voce, ed introdusse allora a rimedio d’avere davanti a sè un giovane, il quale cantasse i suoi versi, mentr’egli faceva i corrispondenti gesti, vieppiù questi espressivi, perchè non distratto dalla cura della voce; d’onde venne poi l’uso agli istrioni di accompagnare col gesto ciò che un altro cantava, non parlando essi che nel dialogo.
Di tre parti si fe’ constare la commedia: dialogo, cantico, coro. Nella prima comprendevasi l’atteggiare di più persone, nella seconda parlava una sola, o se ve n’era un’altra, udiva di nascosto e parlava da sè; nella terza poi era indeterminato il numero dei personaggi. Distinguevansi le commedie in palliatæ o togatæ, secondo che fossero di soggetto greco o romano; nelle prætextatæ s’introducevano persone di grande affare, vestite della pretesta; inferiori erano le tabernariæ e i mimi che agivano in esse. La recitazione veniva poi sempre accompagnata dal suon della tibia, come più avanti verrò meglio notando.