Dopo Andronico, de’ cui diciannove drammi non sopravvivono che frammenti, venne Quinto Ennio di Calabria, di cui son raccolti i frammenti nel Teatro dei Latini di Levêe, quindi Tito Accio Plauto, o Maccio, come Martino Herz vuole si legga, il quale nato 227 anni prima di Cristo, scrisse molte commedie, di cui venti sopravvanzano, fra le quali l’Anfitrione, in cui si burla degli Dei, l’Aulularia incompleta, il Trinummus e i Captivi di savio e morale intreccio, non che la Casina, che sappiamo dalla tessera, di che ho già intrattenuto il lettore, recitata nel teatro comico di Pompei.

Ma tutti costoro trattarono soltanto soggetti greci, nè di meglio seppe fare egualmente Publio Terenzio Africano, che tutti i predecessori superò; comunque a Plauto ed a Terenzio stesso si anteponesse a quei giorni Cecilio Stazio. Delle centotto commedie che Terenzio tradusse da Menandro, perdute in un naufragio, non ci vennero che sei tramandate, le quali per altro ne fanno sentir gravemente la jattura delle naufragate per la loro purezza ed eleganza di stile. Nondimeno l’Eunuco sembra originale, sebbene i caratteri di Gnatone e Trasone sieno desunti dall’Adulatore di Menandro; e tanto piacque che fu replicato fin due volte al giorno, e guadagnò all’autore la cospicua somma di ottomila sesterzj.

Plauto, sentenzia Cesare Cantù[26], coll’asprezza e la facezia palesasi famigliare col vulgo, Terenzio ritrae dalla società signorile: quello esagera l’allegria, questo la tempora e i caratteri e le descrizioni esprime al vivo. Orazio, che giudicando solo dall’espressione, vilipende tutti i comici della prima maniera, chiama grossolano Plauto e lo taccia d’aver abborracciato per toccare più presto la mercede. Alle commedie di Terenzio fu asserito mettesser mano i coltissimi fra i Romani d’allora, Scipione Emiliano e Lelio: l’un e l’altro però son troppo lontani dalla finezza dei comici greci, vuoi nel senso, vuoi nell’esposizione.

La bagascia, il lenone, il servo che tiene il sacco al padroncino scapestrato, il ligio parassito, il padre avaro, il soldato millantatore, ricorrono in ciascuna commedia di Plauto, fin coi nomi stessi, come la maschera del vecchio nostro teatro; e si ricambiano improperj a gola, o fanno eterni soliloquj, o rivolgonsi agli spettatori, o scapestransi ad oscenità da bordello. Egli stesso professa in qualche commedia di non seguire l’attica eleganza, ma la siciliana rusticità, come nel prologo dei Menechmi:

Atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen

Non atticissat, verum at sicilissat[27].

Grossolano e licenzioso il frizzo, il dialogo da plebe, verso talmente trascurato che si dubita se verso sia, lo che per altro imputar si può anche a Terenzio, onde vi fu chi pretese avesse scritto in prosa; tante sono le licenze a cui bisogna ricorrere per ridurlo a versi giambi trimetri.

Meno che pei letterati, ha lo scrivere di Plauto importanza pei filologi che vi riscontrano idiotismi ancor viventi sulle bocche nostre e ripudiati dagli autori forbiti: altra prova che il parlare del vulgo si scostasse da quello dei letterati, e forse vie più nell’Umbria.

Meglio si splebejò Terenzio. Neppur egli poteva produrre altre donne che cortigiane, ma le fa involate da bambine, e consueta soluzione della commedia è il riconoscimento loro per mezzi miracolosi: anche all’uomo dabbene trova un luogo fra i suoi: più corretto nella morale, men procace nel motteggio, eletto e spontaneo nel dialogo, pittorescamente semplice nei racconti, attraente nelle situazioni, resta inferiore in vivezza comica e gaje fantasie; quanto all’invenzione, e’ si scusa col dire che non è possibile più atteggiar cosa nuova:

Quod si personis iisdem uti aliis non licet,