Finchè si provò allora la influenza greca, l’arte romana grandeggiò; mano mano che scemava, amenenciva contemporaneamente di sua degnità, e, abbandonata a sè, ricadde nel fare pesante, secco e freddo.
Così ritengonsi di greci artefici i musaici, ai quali ho riserbato le ultime parole in questo capitolo dell’Arti, e dei quali Pompei ne largì di superbi, anzi il più superbo che si conti fra quanti si hanno dell’antichità, nella Battaglia d’Arbela o di Isso, come dovrebbesi per mio avviso più propriamente dire, ed a cui consacrerò peculiare discorso.
Ma prima si conceda che rapidi cenni io fornisca intorno a quest’arte.
Ne derivano la denominazione da Musa; quasi il suo lavoro ingegnoso fosse invenzione ispirata dalle figlie di Mnemosine, o forse perchè se ne decorasse dapprima un tempio delle Muse. Ciò che più importa sapere si è com’essa unicamente consista nell’accozzamento di pietruzze, o pezzetti di marmo, di silice, di materie vetrificate e colorate, adattate con istucco o mastice sopra stucco e levigandone la superficie. Si chiamò dapprima pavimentum barbaricum, quando del musaico si valse per coprire aree alle quali si volle togliere umidità. Poi si disposero a disegni semplici, come a quadrelli di scacchiere, onde si venne al tesselatum, che era formato di pietre riquadrate. Progredendo l’artificio, ne seguì la specie del sectile, formato di figure regolari combinate insieme, che è quel lavoro che noi chiamiamo a commesso od a compartimento. Poi con frammenti orizzontali di forme diverse si giunse a piegare l’artificio a tutte le idee, capricci e disegni, come greche, festoni, ghirigori, ed a tutto quanto insomma costituisce ciò che chiamavasi opus vermiculatum, come si trova ricordato dal verso di Lucilio:
Arte pavimento, atque emblemata vermiculato
E qui piacemi avvertire come tutto questo processo non abbiasi a confondere con quello che dicevasi opus signinum, nome dato ad una peculiare sorta di materiale adoperato pure a far pavimenti, consistente in tegole poste in minuzzoli e mescolate con cemento, quindi ridotte in una sostanza solida colla mazzeranga. Ebbero questi lavori il qualificativo di signini, dalla città di Signia, ora Segni, famosa per la fabbricazione delle tegole e che prima introdusse questo genere di pavimentazione.
Tutti questi primitivi saggi non erano ancora il musaicum propriamente detto, ma quel che i Greci chiamavano litostrato; per giungere al musivum opus, che rappresenta oggetti d’ogni natura, emblemata, non bastavano per avventura i marmi e ciottoli: convenne fabbricare de’ piccoli cubi di cristalli artifiziali colorati. Tornò facile il connettere le asarota, ossia musaici rappresentanti ossa e reliquie di banchetto, o un pavimento scopato, che con tanta naturalezza fu imitato, da ingannare chiunque.
Così, avanti ogni altro paese, in Grecia si spiegò il lusso de’ pavimenti e, prima di ogni altra città, presso gli effeminati sovrani di Pergamo. Citansi di poi i musaici del secondo piano della nave di Gerone II, che in tanti quadretti di meravigliosa esecuzione rappresentava i fatti principali dell’Iliade, tutti condotti a musaico; quindi i lavori eguali del magnifico palazzo in Atene di Demetrio Falereo.
È probabile che similmente si lavorasse a Roma coll’introdursi dell’arte greca; e quanto si rinvenne in Pompei potrebbe essere irrecusabile prova, se già noi non sapessimo come in questa città usi e costumanze vi fossero eziandio speciali e dedotti da Grecia, e come di colà vi si rendessero agevolmente artisti. Tuttavia dal seguente passo di Plinio, pare che ai giorni di Tito imperatore, ne’ quali Ercolano e Pompei toccarono l’estrema rovina, questa del musaico fosse nuova importazione, e che appena facesse capolino in Roma verso il tempo di Vespasiano.
Plinio adunque, dopo aver detto che i terrazzi grecanici a musaico vennero da’ Romani adottati al tempo di Silla e citato ad esempio il tempio della Fortuna a Preneste, dove quel dittatore vi fece fare il pavimento con piccole pietruzze; così sostiene che l’introduzione de’ pavimenti di musaico nelle camere con pezzetti di vetro fosse affatto recente: Pulsa deinde ex humo pavimenta in cameras transiere, e vitro: novitium et inventum. Agrippa certe in Thermis, quas Romæ fecit, figlinum opus encausto pinxit: in reliquis albaria adornavit: non dubio vitreas facturus cameras, si prius inventum id fuisset, aut a parietibus scenæ, ut diximus, Scauri pervenisset in cameras[342].