Ora eccone la descrizione.
A manca di chi riguarda, che è anche la parte più guasta, vedesi su d’un corsiero un giovane guerriero, che tosto distinguesi per il posto concessogli di fronte al capo dell’esercito nemico, come il capo esso pure dell’una delle armate. Ha la lorica di finissimo lavoro al petto e la purpurea clamide agli omeri ondeggiante. Ha scoperto il capo, perocchè il cimiero gli sia nel calor della mischia caduto, e stringe nella destra la lancia, che sembra aver egli appena ritratta dal fianco d’un guerriero, cui è caduto sotto il cavallo ferito di strale che gli rimase confitto. L’agonia di questo infelice guerriero è espressa con toccante verità. Dietro di lui ve n’ha un altro, che comunque ei pur vulnerato, combatte tuttavia: ambi formanti intoppo a suntuosa quadriga, i cui cavalli veggonsi disordinati, ma che indubbiamente traggono altro importante personaggio, il qual rivolge l’attenzione sui due feriti e intima a’ suoi di venir loro in aiuto; mentre un soldato tiengli presso un corsiero in resta, su cui potrà quel personaggio montare appena ei ne abbia l’opportunità e pigliar diversa parte all’azione. Lo scorcio di questo cavallo è d’una prodigiosa bellezza. Tutto il resto dello spazio a destra non è che una scena di desolazione e scompiglio, comunque una selva di picche accenni che l’impeto de’ combattenti da ambe le parti prosegue.
Quanti studiarono la composizione di questo musaico, ne inferirono che le assise de’ guerrieri vinti, come la forma della quadriga, esser non possano che d’un esercito persiano, avendo tutti la tiara, propria di questo popolo, come si vede in altri antichi monumenti, e più ancora si distinguano per Persiani ai grifi ricamati sopra le anassiridi, o calzoni come essi portano, e sopra le selle.
Se dunque il guerriero vittorioso e feritore vestito alla greca, per la somiglianza al tipo assegnatogli da statue e medaglie è Alessandro il Grande: il capo de’ Persiani non può essere allora di necessità che Dario, perchè avente la tiara diritta, che solo aveva diritto il re di così portare[343]; com’egli solo la candice, o mantello di porpora, e la tunica listata di bianco[344] ed egli solo l’arco di sì straordinaria grandezza, ond’ebbero que’ della sua dinastia il nomignolo di Cojanidi, cioè arcieri.
Constatati i due capi principali degli eserciti nel musaico raffigurati, nelle persone dei due re, Alessandro e Dario, il soggetto allora deve rappresentare la Battaglia di Isso, non il passaggio del Granico, nè il combattimento di Arbela. Imperocchè il primo fu operato in estate; i Persiani in esso si servirono di carri falcati, che qui non si veggono, nè i due re si trovarono a fronte, e nulla poi indichi l’esistenza di un fiume, ciò che dall’artista non si sarebbe negletto di riprodurre a segnalare quel fatto, s’egli avesse inteso d’esprimere il passaggio del Granico. Egualmente la battaglia di Arbela fu combattuta ai primi di ottobre; v’ebbero pure carri falcati ed Alessandro incontro a Dario non si valse della lancia, come vedesi nel mosaico, ma dell’arco con cui uccise l’auriga del re. Ora l’albero, che qui si vede tutto privo di foglie, esclude inoltre che non si potesse essere nè in estate, nè in ottobre, mentre in Assiria tutto un tal mese gli alberi serbino intatto l’onore delle frondi; ma nel verno, venendo anche da Plutarco ricordato che la battaglia di Isso fosse combattuta in dicembre, quando le piante dovevano essere, come nel musaico, prive di foglie. Diodoro Siculo e Quinto Curzio narrano per di più che a tal battaglia assistessero i dorifori, o guerrieri armati di lance, scelti per la guardia del re fra i dieci mila immortali, coi loro abiti ricamati d’oro e coi loro monili, e qui li vediamo appunto.
Tutte queste particolarità si raccolgono dai Cenni publicati dal dotto cav. Bernardo Quaranta[345], ravvicinandovi altresì i particolari storici che spiegano ognor meglio la composizione del musaico.
Dario tentò dapprima di decidere il combattimento d’Isso con l’ajuto della cavalleria; e già i Macedoni si vedevano accerchiati, allorquando Alessandro chiamò a sè Parmenione con la cavalleria tessala. Allora la mischia divenne terribile: Alessandro, scorto da lunge il re di Persia che incoraggiava i suoi dall’alto del suo carro ed alla testa della sua cavalleria, combatte egli come semplice soldato, per penetrare fino a colui che riguardava come suo nemico personale e sperava la gloria di ucciderlo di sua mano. Ma ecco che offresi una scena sublime di coraggio e di devozione. Osoatre, fratello del re di Persia, vedendo il Macedone ostinato a cogliere Dario, spinge il suo cavallo dinnanzi la reale quadriga e trascina sopra tal punto la cavalleria scelta che egli comanda: ivi segue una spaventevole carnificina; ivi mordono la polve Atiziete e Reomitrete e Sabacete, Alessandro stesso vi è ferito nella coscia. Finalmente Dario prende la fuga, abbandonando la candice e l’arco reale.
Io plaudo e convengo pertanto col dotto illustratore, credendo sia qui veramente trattata la Battaglia d’Isso, e non altro combattimento d’Alessandro il Grande.
Tutto poi, per quanto riguarda esecuzione, è in questo musaico stupendamente trattato. Il guerriero che spira, cogli intestini lacerati, è di una verità insuperabile: i cavalli non potrebbero essere più belli e animati. Correzione di disegno, espressione di teste, movenza di figure, disposizione di gruppi, sapienza di scorci, colorito ed ombre, tutto vi è con una incredibile superiorità trattato.
«Or bene, conchiude un illustratore di questa insuperata opera, tutte siffatte bellezze non sono che quelle d’una copia: quei vivi lumi sono soltanto riflessi, perocchè il musaico fu imitato certamente da un quadro. Che dobbiamo dunque pensare dell’originale? A chi attribuirlo? A Nicia, a Protogene, ad Eufranore, che dipinsero Alessandro? o piuttosto a quel Filosseno di Eretria, discepolo di Nicomaco, la pittura del quale, superiore a tutte le altre, a detta di Plinio, e fatta pel re Cassandro, rappresentava il combattimento di Alessandro e di Dario? Non si andrebbe per avventura più d’accosto al verisimile, pensando al divo Apelle stesso, che accompagnò Alessandro nella sua spedizione, e che solo ottenne in seguito il dritto di pingere il suo ritratto, come Lisippo quello si ebbe di gittarlo in bronzo, e Pergotele di scolpirlo sopra pietre preziose.»