Decimum addo causa antiquitatis Ennium[29].
Pare che questo critico abbia obbliato Afranio, a meno che non essendosi accontentato di tener conto che degli autori di commedie palliatæ, lo dimenticasse avvertitamente, come quello che illustre fosse sì, ma solo nelle togatæ.
Di qui vede il lettore una prima distinzione della commedia in togata e palliata, derivante per avventura dal valore che alle due parole veniva più comunemente assegnato. «Palliatus, dice De Rich a questa voce, chi porta il pallium greco, sorta di coperta di lana di forma quadra e bislunga, fissato intorno al collo e sulle spalle con una fibbia; quindi per induzione vestito come un greco; giacchè gli si contrappone in latino togatus, che vuol dire un Romano, di cui l’abito nazionale era la toga.» Così stando, palliatæ dovrebbonsi ritenere le commedie, come quelle di Plauto e di Terenzio, i cui soggetti ed anzi gli originali essendo greci, importar dovevano per necessità che gli attori fossero abbigliati alla greca, e viceversa togatæ quelle che avevano argomento e personaggi romani.
E così m’accade altresì di rammentare diversi altri generi della commedia romana. — Era la condizione dei personaggi che qualificava la favola; onde distinguevansi eziandio le commedie in togatæ, perchè di personaggi da toga, trabeatæ, perchè di attori fregiati della trabea, decorazione dell’ordine equestre, tunicatæ, dalla tonaca propria del basso popolo, e tabernariæ, cioè da gente di bottega.
Dopo tutto, è a lamentare che le opere di Plauto e di Terenzio sieno le sole a noi pervenute del teatro comico de’ Latini. Esse nondimeno stanno come non irrilevanti monumenti storici, atti a renderci l’immagine morale della loro nazione. Nè ciò mi si contrasti, per averci essi medesimi avvertito ne’ prologhi delle loro commedie di non aver fatto che tradurre i greci.
Imperocchè se Terenzio ritrasse più dilicatamente l’atticismo de’ suoi modelli e ne fu anche un discepolo più timido e servile; Plauto di rincontro si rese più padrone della materia che toglieva a prestanza e la foggiava poscia a propria fantasia. Ei poneva molto del proprio nelle sue imitazioni. Si scorge alla vena della sua poesia, alle irregolarità e bizzarrie stesse com’egli si abbandoni alla propria immaginazione, e come sia spesso originale. Puossi insomma affermare senza essere tacciati di temerità, che sotto nomi e costumi greci e particolarmente nel suo dialogo ed in talune parti dell’azione delle sue commedie, egli presenti spesso uno schizzo fedelissimo del costume romano.
Infatti, a parte anche delle frequenti volte che già m’avvenne in quest’opera di citarlo nel dire della romana società e di quello che mi sarà necessità di fare nel seguito, nulla certo di grave vi ha nell’itinerario che il choragus, o direttore della compagnia comica, viene a sciorinarvi nell’intermedio dei Curculio all’atto IV Scena I. — Sono bene i quartieri di Roma che ci fa percorrere, quando lo stesso choragus nella I scena dell’atto III del Cartaginese, ci consiglia, se vogliamo incontrare de’ falsarj o degli spergiuri, di andare al comizio, nel luogo delle assemblee legislative, politiche e giudiziarie, in cui si mercanteggiano i suffragi dei cittadini e le deposizioni dei testimonj. Così ci mostra i mariti libertini che si rovinano in folli e scandalose spese presso la Basilica e presso il tempio di Leocadia-Oppia: nella Via Toscana ci fa fare la conoscenza di spavaldi oziosi, e nel foro piscatorio de’ crapuloni; come sul confine del gran foro degli uomini di credito e d’affari, e prima del lago Curtius de’ ciarloni impertinenti e maldicenti.
Egualmente, sia che v’introduca nelle case de’ privati, sia che v’accompagni nelle piazze, ne’ mercati, nelle vie, voi avrete sempre davanti gli occhi i Romani trasvestiti, di forma che quando ei finge un’azione contraria agli usi di Roma, ve ne avverta nel prologo, o nel corso della scena.
E poichè nella tessera teatrale rinvenuta negli scavi di Pompei è ricordata la Casina di Plauto, essa pure può tornare di storico documento. L’intrigo di questa commedia volge intorno al matrimonio d’una giovine schiava con un uomo della medesima condizione. Questa era cosa che allora poteva sembrar inverosimile a spettatori romani e urtare nelle loro idee: ebbene l’esposizione del soggetto previene questo cattivo effetto:
Sunt hic, quos credo nunc inter se dicere;