Quæso, hercle, quid istuc est? serviles nuptiæ

Servine uxorem ducent, aut poscent sibi?

Novum attulerunt, quod sit nusquam gentium.

At ego ajo hoc fieri in Græcia et Carthagini,

Et hic in nostra terra, in Apulia.

Majoreque opera ibi serviles nuptiæ,

Quam liberales etiam curari solent[30].

Plauto è senza dubbio più geloso di conformarsi al gusto ed alla conoscenza del publico, che di osservare la convenienza della scena: dimentica spesso, ed io penso lo faccia espressamente, che i suoi personaggi son greci, perchè frequentemente ci parla degli edili, dei questori, del pretore, nomina il Campidoglio, la Porta Mezia ed altri luoghi celebri di Roma. I suoi attori, quantunque vestiti del pallium, affettano un gran disprezzo per la mollezza dei Greci; la parola pergræcari usa spesso per significare abbandonarsi ad orgie, mentre adula il suo publico, lodando la romana frugalità.

Non finirei sì presto se tutte volessi in Plauto raccogliere le costumanze, gli usi e le leggi di Roma: solo piacemi conchiudere che una ricca sorgente di istruzione troverà sempre colui che nelle di lui commedie vorrà attingere e che un prezioso supplemento può somministrare questo poeta alle indagini ed agli scritti degli storici.

Quantunque esso morisse l’anno 570 di Roma, nondimeno dalla summentovata tessera conosciamo che sulle scene del teatro comico di Pompei si rappresentassero tuttavia le di lui commedie, cioè negli anni di Roma 832: or bene, si può egli dire con altrettanta sicurezza, per le altre due tessere aventi lettere greche, che veramente si rappresentassero in Pompei drammi e tragedie greche e nel greco idioma?