Può presumersi; perchè famigliare la lingua greca a’ più colti; come avviene a un di presso tra noi, che abbiamo altresì rappresentazioni in lingua francese: ma meglio ne dirò nel capitolo venturo, trattando del teatro tragico di Pompei.
Di un genere affine alla commedia mi corre debito ancora, a compimento del soggetto che ho tra mano, di mentovare: di quello intendo de’ Mimi o Mimiambi che dir si vogliano, perocchè questi nomi si scambiassero anche per sinonimi. Ad averne una certa idea, è bene mettere sull’avviso il lettore, acciò non abbia a confonderli nè colla pantomima, in cui la danza e i gesti rappresentavano soli una serie di quadri staccati, nè coi mimi greci, piccole rappresentazioni in verso, i cui subbietti importavan meglio del gesticolar degli attori. I mimiambi de’ Romani, da’ quali la danza si venne mano mano escludendo, consistevano dapprima in burleschi atteggiamenti, in farse grossolane e il più spesso licenziose, avanzo delle antiche atellane, alle quali erano venute succedendo, più gradevoli alla moltitudine che non lo fossero quelle regolarmente imitate dal greco, e più acconcie d’altronde ad essere rappresentate in teatri aperti ed assai grandi, ne’ quali s’avevano perfino, siccome ho già avvertito, ottantamila spettatori.
Scopo de’ Mimiambi era quello anzi tutto di muovere all’allegria ed al riso, parodiando il più spesso negli abiti, nel portamento, in determinate e spiccate pose e in consuete e notorie frasi e maniere di dire, personaggi celebri e popolari, cogliendoli nel loro ridicolo, o ne’ più saglienti loro atti, o nelle viziose locazioni e solecismi.
Gli attori di essi chiamavansi mimi, come i versi, e mimografi i soli compositori de’ mimiambi, quando pure non ne fossero costoro a un tempo stesso gli attori.
Si assegna ad inventore di questo genere di rappresentazioni, che die’ tanto nel genio del popolo romano, Decimo Giunio Laberio, cavaliere romano, non come attore ma come scrittore; finchè giunto a’ suoi sessant’anni, Giulio Cesare, nell’occasione dei ludi d’ogni maniera dati da lui per cinque giorni in Roma a festeggiare la sua seconda dittatura, e ne’ quali superò le pompe e le spese di quelli precedentemente offerti da Pompeo suo rivale, come verrò a ricordare in altro capitolo, così seppe pregarlo, che parve un comando, egli montò sulla scena a lottar di bravura con Publio Siro, mimo e mimografo del cui valore, percorrendola, egli aveva già riempita l’Italia tutta.
Laberio aveva avvicinati a’ suoi Mimiambi morali sentenze ed apoftegmi che nobilitavano lo scorretto vezzo fin allora seguito di una soverchia licenza ne’ medesimi; onde Ovidio potesse giustamente così appuntarli nel suo libro Dei Tristi:
Quodque libet, mimis scena licere dedit[31];
Publio Siro, che vide il merito della innovazione, lo superò nell’egual via e di costui sono però superstiti tuttora presso che un migliaio di massime da disgradarne il più severo scrittore gnomico. Laonde e Seneca se ne fe’ bello ne’ suoi filosofici scritti, e gli educatori a que’ giorni le posero nelle mani de’ giovanetti scolari a studiare, con miglior senno di quello si adoperi a’ dì nostri con certi catechismi e libercoli didattici con cui vengono ribadite la superstizione e l’ignoranza.
È meraviglia allora più grande che, possedendo l’Italia ripetute traduzioni di tutti i classici dell’aurea latinità, non abbia finora avuto un volgarizzatore nel suo idioma de’ Mimiambi di Publio Siro, mentre n’ebbe una ghiribizzosa in greco dallo Scaligero; nè credo però aver io fatta opera ingrata elaborandola, come l’originale, in versi, e mandandola alla luce.
Nella lotta fra Laberio e P. Siro succennata, Cesare aggiudicò la palma al secondo: non si sa tuttavia se mosso da giustizia o da dispetto per avere Laberio scagliato sanguinosi giambi al di lui indirizzo. Nondimeno, siccome in un dignitoso prologo che la storia ci ha conservato, con qualche altro mimiambo appena, e che io do tradotto coi Mimiambi di P. Siro nell’edizione che ho fatta, s’era fieramente espresso sull’usatagli violenza di dover vecchio salire la scena, onde ne fosse venuto, a lui cavaliere romano, sfregio nella sua dignità, tal che i suoi pari lo avessero poi a disdegnare; generosamente Cesare il regalava d’un anello d’oro, e di cinquecentomila sesterzi, che si vorrebbero eguali a lire centomila nostrali.