Nè questi due egregi soltanto andavano celebrati come Mimografi e Mimi nell’antica Roma: altri si ricordano, di ottima rinomanza, come Filistione Niceno, Gneo Mattio, Lentulo, Marco Marullo e Virginio Romano, vissuto ai tempi della catastrofe di Pompei e ricordato con parole di miglior lode in una lettera di Plinio il Giovane; quantunque di tutti costoro nulla in vero ci sia rimasto.

Io ricordando questi nomi, a cagione d’onore, comunque non l’abbia detto espressamente, ho lasciato supporre, molto più ricordando l’ultimo mimografo, che non breve stagione corresse fra gli uni e gli altri; e s’anco si volesse prendere a dato di partenza i due sommi, Laberio e Publio Siro, per giungere insino a Virginio Romano, percorreremmo uno spazio di oltre un secolo. Or bene, la voga de’ mimiambi non durò sempre in tal tempo. Venne la nausea e fu ripresa l’Atellana, per merito di Mummio, regnando Tiberio; poi si alternarono atellane e mimi, che diventarono entrambi la commedia dell’Impero, la quale ritraeva il colore del suo tempo, che si andava facendo di più in più licenzioso.

Mimi ed atellane aggiunsero anzi alla primitiva oscenità un eccesso di licenza empia; onde si tollerarono non solo, ma piacquero scellerati subbietti, come Diana flagellata, Il Testamento di Giove, Gli Amori di Cibele, I Tre Ercoli affamati, che sollevarono giustamente l’indegnazione di Tertulliano[32].

Se di tutte le prostituzioni infami della musa comica antica dovessi qui tener conto non la finirei sì presto: giustizia vuol nondimeno che non le si neghi il merito d’essere stata più d’una volta coraggiosa, sollevando, tanto nell’atellana che nel mimiambo, la propria voce contro la tirannide trionfante.

Poichè così ho finito di trattare de’ varj generi di comiche composizioni, mi rimane a toccare d’una importante particolarità del teatro antico: intendo del costume degli attori comici di portar, recitando, applicata al volto la maschera; onde poi dalle diverse qualità di essa si argomentasse tuttavia ne’ fregi architettonici ed emblemi teatrali, la indicazione della tragedia e quella della commedia.

Se l’origine della maschera, vuolsi, come vedemmo più sopra, derivata dal tingersi, nelle gazzarre del contado, la faccia di mosto e dalle corteccie d’albero ritagliate e foggiate che applicavansi i villani alla faccia, venutasi poscia migliorando e formando d’altre più convenienti materie; non pare che l’uso di essa venisse subito introdotto in Roma e nelle altre parti d’Italia; dove, al dir del Pitisco, prima di Livio Andronico si usasse dagli attori portar cappello od elmo, non maschera. Roscio Gallo fu il primo a servirsene, secondo la più generale opinione, e vuolsi ne fosse causa l’aver egli avuto gli occhi torti.

«Il fine però della maschera, scrive Francesco De Ficoroni, non fu propriamente il coprire qualche difetto del volto, fu piuttosto un capriccio, e il diletto degli spettatori, che nasce dall’inganno, preso dagli occhi; ma ben scoperto dall’intelletto nel vedere un travisato o più terribile, o più ridicolo del suo essere naturale. Fu anche la maggior libertà, che si prendevano gli attori così travestiti in dire e fare ciò che volevano. Le maschere antiche non velavano solamente la faccia, come le nostrali, ma coprivano una parte almeno del capo, secondo Gellio al 7, che dice: Caput et os cooperimento persona tectum[33]. Che se alcun vuol che la voce Persona, significhi l’abito tutto mutato a maschera, non ripugno, purchè conceda che significhi ancora la sola maschera del volto, conforme il detto di Fedro, lib. 17:

Personam tragicam forte vulpes viderat,

O quanta species, inquit, cerebrum non habet»[34].

Poscia oltre che si formarono, come notai, le maschere di pelli e d’altre materie, vennero altresì ridotte a caricature di ridicolo o di terribile, spesso poi foggiandole al naturale ed in sembianza de’ personaggi che si volevano rappresentare.