Si neque lusus, neque mores cogunt[37],

gli applausi del popolo non ebbero più modo, chè pretese vedere in essi fatta allusione a Pompeo, e Cicerone attesta che se ne volle pur migliaja di volte la replica: millies coactus est dicere[38].

Nè all’indirizzo di Cesare mancò il succitato mimografo Laberio di frizzare. Nella gara con P. Siro, egli esclama ad un tratto:

Porro, Quirites, libertatem perdimus[39],

e poco dopo:

Necesse est multos timeat quem multi timent[40].

Cicerone invece richiamato in patria, s’ebbe così da Esopo tragico il benvenuto, recitando il Telamone di Azzio: Quid enim? Qui rempublicam certo animo adjuverit, statuerit cum Argivis..... re dubia nec dubitari vitam offerre, nec capiti pepercerit.... summum animum summo in bello.... summo ingenio præditum.... o pater!... hæc omnia vidi inflammari.... O ingratifici Argivi, inanes Graji, immemores beneficii!... Exulare sinitis, sinitis pelli, pulsum patimini[41].

Sotto Nerone, un attore dovendo pronunziare: Addio, padre mio; mia madre, addio, accompagnò il primo coll’atto del bere, il secondo coll’atto del nuotare, per alludere al genere di morte dei genitori di Nerone. Poi in un’atellana, proferendo L’Orco vi tira pei piedi (Orcus vobis ducit pedes), voltavasi verso i senatori.

Si pensava con Orazio essere lecito dire scherzando la verità: ridendo dicere verum quid vetat? — Ma nondimeno tutte le verità non si possono pur troppo dire.

Del resto attribuivasi, fin dalle origini, principale scopo alla commedia la censura del vizio, e la Musa Talia, che dai Greci e dai Romani si volle far presiedere ad essa, così di sè medesima si fa in un epigramma dell’Antologia a parlare: