Trad. Gargallo.
[323]. Id. Ibid. 94-98:
Grecia, scinta dall’arme, ove agli ameni
Studj si volse, e l’aura di fortuna
Nel vizio a dar la spinse; or di corsieri
Infiammossi, or di atleti, i marmi, i bronzi,
Gli sculti avori amò; talor dipinta
Tavola gli occhi le rapiva e il core.
Trad. Gargallo.
[324]. «Era presso di Ejo un larario antichissimo, lasciato dai maggiori e guardato nella casa con assai dignità, nel quale si trovavano quattro splendidissime statue, condotte con mirabile artificio e con somma nobiltà; le quali non solo costui (Verre) ingegnoso e intelligente, ma anche chiunque di noi ch’egli chiama idioti, vi si potesse deliziare: una di marmo raffigurante Cupido di Prassitele, perocchè molti nomi di artefici, appresi in codesta mia investigazione... Eranvi due statue di bronzo non grandissime, ma in ricambio di una esimia venustà, in abito e veste verginali, che sostenevano colle mani in aria levate sovra il capo certi sacri arredi, secondo il costume delle fanciulle ateniesi. Canefore queste si chiamavano: ma chi era l’artefice di essi? chi mai? si domanderà giustamente. Dicevano che fossero di Policleto.» In Verrem, Lib. IV, De Signis.