Piacemi finalmente tener conto di ciò che afferma il Rosmini nella sua Dissertatio Isagogica, altre volte da me citata, che cioè questo teatro fosse stato aperto al publico, od almeno dedicato ad Augusto nell’anno vigesimosecondo del tribunato di questo imperatore[84].
Frammenti di statue di marmo, lapidi con iscrizioni, tegole ed embrici, e pezzi di legno carbonizzati si rinvennero dalla parte del Foro Triangolare, e il complessivo giudizio che dalle interessanti reliquie è dato di formulare, può sicuramente mettere in sodo che a questo loro teatro avessero i Pompejani ad aggiungere grande importanza, se gli Olconj vi credettero portare enormi dispendj; tanta vi pare la magnificenza e la perfezione dell’arte.
Quali fossero le tragiche composizioni che a questo teatro venissero rappresentate cerchiamo ora coll’usata rapidità d’indagare.
Se ci fosse lecito di mettere il teatro pompejano a fascio cogli altri teatri d’Italia, mi trarrei presto e facilmente d’impegno, dicendo che a siffatto teatro si rappresentassero, nè più nè meno che ai teatri di Roma, le tragedie de’ latini scrittori, e mi avverrebbe allora di ricordare i nomi de’ più celebrati poeti; ma gli scavi ed oggetti teatrali rinvenuti mi impongono obblighi maggiori.
Sappiamo che Andronico lasciò diciannove tragedie, comunque appena qualche frammento sia rimasto superstite e giunto fino a noi, e di questo autore ho già parlato altrove abbastanza: egual numero ne lasciò Marco Pacuvio, e Quintiliano le loda per profondità di sentenze, nerbo di stile, varietà di caratteri, sebbene la critica moderna più severa, nel poco che ci è pervenuto, giudichi non esser concesso ravvisare che liberissime imitazioni in istile oscuro e senza armonia. Lucio Accio alla sua volta ne compose e raffazzonò di molte, fra cui il Bruto e il Decio, soggetti patrizi che recitavansi ancora ai tempi di Cicerone e più volontieri venivano lette, e dell’Atreo, che Gellio scrisse aver Accio, giovanetto ancora, letto in Taranto a Pacuvio, pur lodandolo di grandiose e solenni cose scritte, non gli tacque di altre sembrargli dure alquanto ed acerbe; al che avesse a rispondergli: non dolere ciò a lui, e trarne anzi auspicio di buon avvenire, per accader degli ingegni quello che delle mele, che, se nate agre e dure, divengono poscia tenere e succose; ma se spuntino tenere e succose, col tempo, non mature ma vizze si rendano e corrotte[85].
Di Gneo Nevio campano già dissi nel precedente capitolo del pari; ora ricorderò Quinto Ennio Calabrese, che scrisse tragedie e commedie non poche, che predicava di sè aver ereditato l’anima di Omero, Cassio Severo, Varo da Cremona e C. Turrano Graecula rammentati, a cagion d’onore, da Ovidio, come autori di buone tragedie[86]; ma più vorrei intrattenermi di Asinio Pollione, che fu riconosciuto siccome il più celebre tragico latino: ma che dirne, se nulla di lui, come degli altri sunnominati, sopravisse? Istessamente della Medea, che si sa avere scritto Ovidio stesso, della quale egli nel libro secondo Dei Tristi, dopo avere ricordato i libri dei Fasti, i sei ultimi dei quali o non iscrisse, come crede il Masson, o andarono perduti, soggiunge:
Et dedimus tragicis scriptum regale cothurnis:
Quæque gravis debet verba cothurnus habet[87].
Di questa tragedia non sussistono infatti che il seguente verso riferito da Quintiliano:
Servare potui, perdere num possim rogas?[88].