e l’emistichio seguente ricordato da Seneca il Vecchio, nella terza Suasoria:
Feror huc illuc, ut plena Deo[89].
Se non che, oltre la Medea, più altri lavori sembra che Ovidio abbia scritto pel romano teatro; fra i quali certo la Guerra de’ Giganti, com’ei ce ne avverte nell’elegia I degli Amori:
Ausus eram, memini, cœlestia dicere bella
Centimanumque Gygen; et satis oris erat[90].
Si gloria egli stesso che molte volte fossero rappresentate anche alla presenza d’Augusto[91], e continuassero a rappresentarsi con grande concorso anche dopo il suo bando[92].
Nè di più posso dire del Tieste di Vario, che a giudizio di Quintiliano cuilibet Græcorum comparari potest[93], e che Orazio nell’Arte Poetica mette con Virgilio a paro.
Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e mancanti di quel che appunto costituisce il dramma, che è l’azione, raccolte in volume, vengono tuttavia spacciate sotto il nome di Lucio Anneo Seneca da Cordova. Esagerazioni, passion falsa, caratteri atroci, furori, situazioni improbabili sono difetti comuni a queste composizioni, alle quali non ponno tuttavia negarsi ben coloriti racconti, spesso maschii concetti e qualche buona sentenza, laconiche e concettose parole. Nella Medea, a cagion d’esempio, quando la nutrice la compiange perchè più nulla le sia rimasto:
Abiere Colchi; conjugis nulla est fides;
Nihilque superest opibus e tantis tibi,