Anche la summentovata Dionisia, per una sola stagione, ottenne mila sesterzj grossi, o dugentomila lire. Non facciamo noi dunque le meraviglie de’ lucri ingenti della Rachel e della Ristori, le somme attrici del nostro tempo, nè delle favolose somme concesse alle agili gole delle nostre prime donne di canto.
I lauti emolumenti, che si pagavano a’ migliori artisti, son già prova di per sè che dovessero essere determinati dal favore che si godevano nel pubblico; ma questo aveva altri modi ad estrinsecarlo, quelli stessi, cioè, che abbiam pur di presente. Eran essi gli applausi ed i viva, il gitto di fiori e di corone, e i doni; come i sibili, i gesti di scorno, gli urli ed altre violenze notavano la disapprovazione.
Quest’argomento ch’io non tocco, per l’economia della mia opera, che di volo, suggerì materia a Francesco Bernardino Ferrario ad un volume in quarto di oltre quattrocento pagine, che tolto il titolo De Acclamationibus et plausu vide la luce in Milano il 1627. Nicola Alianelli, buon letterato napoletano, ne spigolò quanto a lui parve per adornarne alcuni articoli interessanti ch’ei diede in luce nella Rivista Teatrale L’Arte (riputato giornale napoletano), nel passato anno 1870 sotto il titolo Dell’Antico Teatro Romano e che, sciente forse del come io incombessi a quest’opera su Pompei, volle cortesemente regalarmi, di che son lieto di rendergliene pubblicamente i dovuti ringraziamenti. Ed io di taluna di queste notizie, più che del volume del Ferrario, mi varrò alla mia volta per quel poco che ne devo qui dire.
Fra Plauto e Terenzio, sappiamo che il popolo accordasse le sue predilezioni al primo, spesso anzi al secondo riserbando le sue disapprovazioni, od almeno non concedendo quella larghezza di plausi che pur avrebbe dovuto meritarsi. N’è una causa certissima che Plauto si avvantaggiasse meglio dell’idioma popolare e però ne fosse meglio dal suo uditorio capito: Terenzio, di latinità più castigata, s’aveva l’approvazione dell’aristocrazia, e il popolo, che poco intendeva, gli era anche poco propizio e gli volgeva sovente le spalle.
Ad ogni modo vediamo, sia ne’ prologhi, che nei congedi delle loro commedie, da entrambi fatto appello all’attenzione indulgente ed agli applausi. Plauto, a cagion d’esempio, nella Cistellaria, prega gli spettatori di applaudire secondo le costumanze degli antichi, more majorum. Nella Casina, si raccomanda agli stessi di dargli colle mani la debita mercede, manibus meritis debitam mercedem. Terenzio pure chiude l’Andria, l’Eunuco, l’Ecira, e tutte insomma le sue commedie col solito plaudite.
In quanto a’ Tragici, Cicerone nel libro De Amicitia ci ha lasciato memoria delle voci di plauso clamores, con cui fu accolta la nobile gara di Oreste e Pilade nella tragedia di Marco Pacuvio.
Il gridar euge equivaleva al bravo de’ nostri giorni: quella parola troviamo usata in diverse commedie di Plauto; i maggiori entusiasmi, più facili per altro nel circo e nell’anfiteatro, nelle corse, e nei ludi gladiatorj, si esprimevano, come dissi più sopra, co’ fiori e coi doni, e coll’agitar delle vesti e delle pezzuole, od anche alzando i pugni con particolare atteggiamento dei pollici, come raccogliesi nel seguente passo di Orazio:
Fautor utroque tuum laudabit pollice ludum[103].
Nè sempre di buona lega erano gli applausi e le altre dimostrazioni d’aggradimento, nè creda però la Francia, esser’ella l’inventrice della claque teatrale. Pur troppo l’origine di essa è nostra, e rimonta ai tempi de’ quali parlo. Chi vuol credere, a mo’ d’esempio, che fossero giusti e ben meritati i plausi dati a Nerone citaredo e cantante? Per lui eran la paura, l’adulazione e la speranza dell’imperatorio favore che li suscitavano: come anche quelli dati agli altri istrioni, al par di lui mediocri o cattivi, avevano la lor ragione nel prezzo ch’era stato da essi sborsato. Udiamo Marziale:
Vendere nec vocem Siculis plausumque theatris[104].