Questo giambo del Poeta era per Cinnamo fatto cavaliere per intrighi dell’amante, da barbiere ch’egli era, e che non potendo comparir nel foro, era passato in Sicilia, dove gli dice: non potendo più vendere il suo plauso nel teatro, sarà costretto ritornare barbiere.
Cicerone poi racconta al suo Attico d’aver udito in Roma un Antifonte attore, di cui nessuno più meschino e sfiatato, nihil tam pusillum, nihil tam sine voce[105], che tuttavia palmam tulit, fece furore; come molto piacque, valde placuit, certa Arbuscula, attrice d’un merito non superiore. Costoro di certo avevano mercanteggiato quel plauso, che lo stesso Oratore Romano, nell’arringa Pro Publio Sextio, afferma si comperasse nei teatri e nei comizj.
Plauto poi nella Cistellaria ci fa sapere che il choragus, finita la commedia, dava a bere agli attori che avevano fatto il loro dovere, e saranno stati vino e bevande calde.
Vediamo ora il rovescio della medaglia.
Lo stesso Cicerone summentovato, parlando di Oreste, attore, dice che fu cacciato dal teatro non modo sibilis, sed etiam convicio, non coi sibili soltanto, ma benanco colle ingiurie, e che se un attore avesse fatto un movimento in aria non in corrispondenza della musica, od avesse peccato di una sola sillaba, lo si fischiava e copriva di urli, exibilatur, esploditur, theatra reclament[106].
Così non mancava ciò che or diremmo, col vocabolo consacrato, la clique, e Terenzio esperimentò l’opera d’un partito contrario comitum conventus, l’odierna consorteria, massime nell’Ecira, stata a lui fischiata per ben due volte; ciò che per altro non impedì che piacesse alla terza volta.
Ai cattivi attori poi si gettavano, a segno di sfregio maggiore, e pomi e noci e talvolta anche pietre, la quale ultima dimostrazione fu poi dagli edili con ispeciale editto interdetta. Siccome poi gli attori erano per lo più schiavi, così come si apprende dalla suddetta Cistellaria e dall’Asinaria di Plauto, quando cattivi o svogliati, venivano a spettacolo finito battuti.
«Ma non bisogna dimenticare, scrive il sullodato Alianelli, un personaggio umile, modesto, stretto in una buca, che niuno plaudisce, di cui niuna rivista teatrale parla mai, e che non pertanto è necessario, che deve sempre stare presente a sè stesso, sempre attento. Il lettore ha già capito che parlo del suggeritore. Nei teatri romani gli attori imparavano le parti, nè più nè meno che si fa ai tempi nostri, e perciò vi era il suggeritore e si chiamava Monitor.» Pompeo Festo ricorda il monitor come quegli che avverte, monet, l’istrione sulla scena, ed in questo senso è ricordato anche da un’iscrizione antica riportata dal Morcelli nella sua Dissertazione sulle tessere con annotazioni del dottor Giovanni Labus[107].
Dopo tutto, nel chiudere questo capitolo e quanto interessa il teatro tragico e l’argomento delle sceniche rappresentazioni, a non perdere di vista il principal subbietto del mio libro, accennerò appena della questione largamente agitatasi fra i dotti che un solo veramente fosse il teatro in Pompei, e questo fosse quello che ho finito di descrivere, sotto la denominazione di teatro tragico, e che l’altro teatro non fosse già destinato alla commedia e all’egloga e a musicali rappresentazioni, ma unicamente l’Odeum nella più stretta sua significazione, o quanto dire una semplice pertinenza del Gran Teatro, ove si sperimentavano non solo i componimenti, ma gli attori, i suonatori, tibicini e fidicini, o suonatori di tibia, di lira e di cetra, i danzatori, i coristi e quante persone insomma dovevano prendere parte in tali spettacoli, prima di esporsi nel gran teatro. Trovo ricordato che siffatto argomento sia stato molto illustrato dal signor Mario Musamesi, erudito architetto di Catania, nella sua Esposizione dell’Odeo Greco tuttora esistente nella di lui città, e che un estratto di quest’opera con savie osservazioni ed aggiunte sia comparso nel Giornale de’ Letterati Pisani dell’anno 1823; ma nè l’opera del Musamesi, nè questo giornale non essendomi stato possibile di procacciarmi, nè d’altronde presumendo io, come ho già più d’una volta in quest’opera protestato, di entrare in polemiche archeologiche, che lascio volontieri ai dotti, ben diverso essendo l’intento del mio libro, mi parve di non dovermi discostare dalla opinione più generalmente accettata che il minor teatro designa come esistente a sè e col nome di Teatro Comico.