Io già avvertii, sulla fede dello storico padovano, del come seguisse l’introduzione in Roma dei ludi scenici: i circensi erano già allora in uso; eranvi anzi venuti co’ fondatori della città stessa, portati da Enea e da’ suoi compagni, o se si vuol questa una favola, da que’ guerrieri che, superstiti dall’eccidio di Troja, navigarono ai lidi tirreni.

Romolo infatti eresse pei medesimi un circo presso al foro; Tarquinio Prisco murò il Circo Massimo sul Palatino, lungo tre stadj e mezzo, largo quattro jugeri e capace di cencinquantamila persone.

Ne è altro documento e prova il fatto che pur a’ tempi di Augusto e di Claudio si celebrassero giuochi in Roma che venivan detti trojani. Virgilio così li ricorda, dopo aver descritto ad imitazione d’Omero per la morte di Patroclo[112], quelli celebrati in onore di Palinuro, il timoniero della nave d’Enea caduto dormendo in mare:

Hunc morem cursus, atque hæc certamina primus

Ascanius, longam muris cum cingeret Albam,

Retulit, et priscos docuit celebrare Latinos.

Quo puer ipse modo, secum quo Troja pubes,

Albani docuere suos; hinc maxima porro

Accepit Roma, et patrium servavit honorem;

Trojaque nunc, pueri, Trojanum dicitur agmen[113].