E Tacito, ne’ tempi appunto di Claudio, fa egli pure menzione, negli Annali, del Giuoco di Troja, equestre giostra che rappresentavano nobili donzelli a cavallo[114], come traduce il Davanzati.

Questi giuochi del circo, essendo altresì parte di cerimonie religiose, attecchir dovevano nelle popolari abitudini di Roma e la vita guerresca de’ suoi cittadini e l’animo temprato a spettacoli efferati, avevano agevolmente que’ giuochi posti in cima d’ogni altro divertimento; sì che si suolesse, come ho rammentato nel duodecimo capitolo, dir che la plebe romana si pascesse di pane e di ludi circensi: panem et circenses.

Per circo, secondo l’uso romano, intendevasi quello spazio di terreno destinato alla corsa. Ne’ primissimi tempi consisteva esso in una spianata aperta, intorno alla quale si erigevano de’ palchi provvisori in legno per commodo degli spettatori, a un di presso come possono essere que’ tratti di pianura ne’ parchi, nei giardini, in altre vaste campagne che in Inghilterra, in Francia e pure in Italia, su cui si fanno oggidì le corse de’ cavalli. Non si tardò guari a costruire un edificio permanente su d’una pianta acconcia, che però assunse la forma oblunga, da una parte chiusa da un semicircolo e dall’altra da una costruzione detto oppidum, o castelletto, sotto cui erano le carceri, pel servizio de’ cavalli e de’ cocchi, nome serbato tuttavia nelle congeneri costruzioni odierne degli anfiteatri, che si aprirono eziandio a quegli ippici divertimenti.

Rich così descrive quello tuttavia superstite vicino a Roma, assai ben conservato, sulla via Appia e comunemente conosciuto sotto il nome di Circo di Caracalla.

«Un lungo muro basso (spina) era costruito in senso longitudinale per mezzo al campo della corsa, così da dividerlo come una barriera, in due parti separate, ed a ciascheduna delle due estremità era posta una meta (meta), intorno a cui i carri giravano; quella più vicina alla stalla pigliando nome di meta prima, la più lontana di meta secunda. I due lati del circo non sono affatto paralleli l’uno all’altro e la spina non è esattamente equidistante da’ due lati. Forse questo è un caso eccezionale: ed una tale norma di costruzione era seguita solo quando s’aveva un terreno, come questo, limitato ad oggetto di fornire il maggiore spazio ai carri a principio della corsa, quando pigliavano le mosse tutti in riga; ma quando la meta in fondo era stata girata, si dovevano trovare schierati piuttosto in colonna che in riga; e quindi una minore larghezza bastava lungo questo lato del terreno di corsa. Per una simile ragione l’ala destra del circo è più lunga della sinistra, e le stalle sono disposte su un segmento di circolo, di cui il centro cade esattamente al punto intermedio fra la prima meta e il lato dell’edificio da cui la corsa principiava. L’oggetto di ciò era che tutti i carri, secondo uscivano dalle loro stalle, potessero avere la stessa distanza da percorrere prima di raggiungere il posto di dove aveva luogo la mossa, ch’era all’entrata del terreno della corsa, dove una corda imbiancata (alba linea) era tesa a traverso raccomandata a due piccoli pilastri di marmo (hermulae), e poi lasciata libera da un lato, appena i cavalli vi si erano tutti egualmente accostati, ed il segnale della partenza era stato spiegato. Eravi il palco dell’imperatore (pulvinar) e quello dal lato opposto si suppone che fosse stato destinato al magistrato (editor spectaculorum), a cui spesa i giuochi si davano. Nel centro dell’estremità occupata dalle stalle vi era una grande porta, chiamata porta pompæ, per la quale la processione circense entrava nel circo prima che le corse principiassero, un’altra era costruita all’estremità circolare chiamata porta triumphalis, per la quale i vincitori escivano dal circo in una specie di trionfo; una terza è situata sul lato destro chiamata porta libitinensis, e per essa i cadaveri degli auriga uccisi o feriti erano portati via e due altre erano lasciate proprio vicino ai carceres, che davano l’ingresso nel circo ai carri.»

Tutti i circhi erano modellati su questo e fu per l’appunto la ragione per la quale ne riportai la descrizione particolareggiata, perchè se ne potesse avere l’idea precisa.

Quanto all’elevazione interna ed esterna dell’edificio, un circo nell’esterno era costruito sopra un disegno simile a un di presso a quello de’ teatri, a gradinate di sedili, divisi in file separate da scale e da pianerottoli.

Quando si immaginarono gli Anfiteatri, de’ quali or vado a dire, i circhi si compenetrarono per lo più in essi: corse, cacce e giuochi gladiatorj vi si trasportarono, trovandosi più proprio ed opportuno arringo, come più sopra dissi, tal che si scambiassero quasi sinonimi i rispettivi nomi. Ecco perchè io pure li verrò quind’innanzi promiscuamente adoperando.

Entrati i ludi circensi, siccome ebbi del pari a notare diggià, nelle abitudini e nei gusti della vita romana, è meraviglia perfino come pel migliore servizio dei medesimi non avessero gli Anfiteatri a sorgere che negli ultimi tempi della Repubblica e fossero anche questi dapprincipio temporanei e costruiti di legno come erano stati prima i circhi, venendo cioè eretti solo all’evenienza di straordinarie solennità per vittorie riportate, o trionfi di capitani, le quali festeggiate, si disfacevano incontanente.

L’origine ad ogni modo, ad onta del greco nome che esprime l’idea di due teatri riuniti aventi quindi gradinate e sedili disposti tutti all’intorno[115], vuol essere attribuita a Roma, e Plinio, comunque additi il fatto a ragione di biasimo, così lo narra: