«Io passo, scrive egli, a trattare del lusso degli edifici di legno, lo che porge esempio della più completa demenza. Cajo Curione, che morì nella guerra civile, seguendo la fazione di Cesare, in occasione dei funerali del padre, volle dare al popolo uno spettacolo così straordinario, da lasciarsi addietro Scauro e di far ciò che questi fatto non avesse. Ma come avrebbe egli potuto per opulenza misurarsi col genero di Silla e col figlio d’una Metella, il qual s’era fatto aggiudicare a vil prezzo i beni de’ proscritti, e aveva avuto a padre quel Marco Scauro, tante volte a capo della città e che pel sodalizio suo con Mario aveva potuto rapinar le provincie? Scauro stesso s’era già sorpassato, traendo partito dall’incendio della sua casa, per riunire in un sol luogo le più peregrine cose dell’universo, sì che nessuno potesse in demenza sopravvanzarlo. Fu dunque a Curione mestieri di dar le spese al proprio ingegno; ed è prezzo dell’opera esporre quanto ebbe a immaginare, onde felicitarci de’ costumi presenti e chiamarci, come usiamo di fronte agli andati, noi piuttosto che essi di tempra antica.

«Fece egli costruire in legno due eguali e grandissimi teatri, girevoli entrambi su pernii, così che nelle ore antimeridiane si trovassero a dosso rivolti in modo che l’uno non nuocesse alla schiena dell’altro, poi d’un tratto i teatri girando sovra sè stessi, si volgevan di fronte, congiungendosene le estremità e fornivano un anfiteatro per gli spettacoli de’ gladiatori, movendo con esso il popolo romano che vi si trovava.

«Ma che è più a maravigliarsi in tutto ciò? dell’inventore, o del trovato, dell’artefice o dell’autore, di chi questo escogitò, o di chi l’accolse, di chi comandò, o di chi obbedì? ecc.»[116]

In Dione poi leggesi altro anfiteatro essere stato fabbricato di legno; ma essendosi sfasciato e rovinato, aver tratto con sè molta uccisione di gente. Giulio Cesare stesso, già dittatore, ne eresse alla sua volta uno in campo di Marte; onde chiaro si vede che molti e frequenti fossero tali costruzioni in legno, come frequenti erano gli spettacoli gladiatorii o di fiere, che per feste religiose, per gloriosi politici avvenimenti, ed anco per elezioni di magistrati o di capitani si venivano offerendo.

Ma sotto Augusto la smania dei ludi circensi e massime delle caccie, venationes, venne fuor misura aumentando, ed importanza pur s’accrebbe alla loro degnità. Fosse eccesso di ricchezza, o inclinazione di principe, a istigazione d’Augusto, nell’anno 725 di Roma, Statilio Tauro, amico di lui, costruì a propria spesa il primo anfiteatro di pietra, i cui ruderi, nella sua distruzione, hanno poscia formata quella piccola eminenza, su cui poggia di presente la piazza di Monte Citorio, ove fu eretta adesso la Camera dei Deputati.

In molta fama ed in uso durò tale anfiteatro, finchè sotto Nerone divampò in fiamme e sebbene si fosse procacciato di ristaurarlo; così non lo fu che non venisse a Vespasiano in pensiero d’altro erigerne più degno. E vi pose mano infatti nell’ottavo suo consolato; nondimeno solo compiuto da Tito figliuol suo e da lui dedicato. Venne la ingente mole denominata Flavia, perchè della famiglia Flavia questi due imperatori: ma più comunemente è noto sotto il nome di Colosseo o di Coliseo, a cagione d’una statua colossale, che la volgar diceria esagerò di certo dicendola dell’altezza di cento venti piedi, la quale fu ritrovata nelle vicinanze e per alcun tempo stata nella casa aurea di Nerone. E dura esso tuttavia ne’ pur suoi maestosi avanzi, avendo resistito alle ingiurie del tempo e degli uomini; abbenchè, rispettato da’ Barbari che invasero l’Italia e devastarono più volte l’immortale città, patisse gli oltraggi d’un cardinal Barberini, che, a sfruttarne il molto bronzo che ne teneva unita la gigante costruzione, contribuì alla demolizione di tanta parte, sì che avesse a meritare che del vandalismo suo si dicesse: Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini[117]. — Ma corre antico il vaticinio, riferito da Vida, che finchè duri il Colosseo, abbia a durare anche Roma.

Dell’altezza di questo gigantesco monumento, scrisse Ammiano Marcellino, essere stata tanta che l’occhio umano vi giungesse a mala pena alla sommità; e circa la vastità, Publio Vittore afferma contenesse commodamente seduti ottantasette mila spettatori, e nell’àmbito superiore, e sotto i portici altri dieci o dodici mila ancora.

Ma prima assai dell’Anfiteatro Flavio di Roma, esisteva quello di Pozzuoli, dove già riferii aver Augusto trovata occasione di far leggi per distinzioni delle classi nei teatri, per irriverenza usata a un Senatore, e dove Nerone festeggiò Tiridate, re dell’Armenia, con giuochi gladiatorj, ed apparato grandissimo[118]; ed esisteva pur quello di Pompei, edificato in pietra.

Il lettore che mi ha seguito ne’ capitoli della storia deve rammentare come io abbia coll’autorità di Tacito narrato della festa degli accoltellanti datasi da Livinejo Regolo a quest’ultimo anfiteatro, e nella quale Pompejani e Nocerini vennero fieramente alle mani, nè avrà dimenticato allora che ciò avvenisse a’ tempi di Nerone, il quale a punir quel sanguinoso fatto ebbe ad inibir per dieci anni gli spettacoli dell’anfiteatro in quella città. Ciò accadde nell’anno 812 di Roma e 59 dell’era cristiana; ma le due lapidi rinvenute, l’una presso la principal porta meridionale dell’anfiteatro, e l’altra presso l’uno de’ vomitori respicienti la città dal lato occidentale e recanti una medesima iscrizione, forniscono i dati per farne rimontare la fabbrica ad assai tempo anteriore.

Ecco l’iscrizione: