C . QVINCTIVS . C . F. VALGVS
M. PORCIVS . M. F. DVO VIR .
QUINQ . COLONIÆ HONORIS
CASSA SPECTACVLA DE SVA
PEQ. AG. COER . ET COLONEIS
LOCVM IN PERPETVVM DEDER[119].
Questa iscrizione attribuisce la fondazione dell’anfiteatro a Cajo Quinzio Valgo e Marco Porcio; gli stessi che avevano fatto edificar e collaudato l’Odeum e i quali necessariamente non potevano aver concesso il luogo alla stessa che dopo l’invio della colonia per parte di Silla; ma dove poi si ponga mente alle altre iscrizioni rinvenute nell’anfiteatro stesso e che più innanzi riferirò, e per le quali si veggono costruiti de’ nuovi cunei o scomparti di gradinate da altri magistrati e da maestri, magistri, del sobborgo, pagus, Augusto Felice e una contribuzione per parte di costoro alle spese, è allora concesso d’inferirne che la completa costruzione dell’anfiteatro pompeiano seguisse intorno al tempo in cui venne mandata da Augusto una compagnia di Veterani, che vi costruì appunto il Pagus Augustus Felix, cioè verso l’anno 747 di Roma, e il P. Garrucci infatti nelle sue Questioni Pompejane stabilì con irrecusabili argomenti che essa fu di poco posteriore ad un tal tempo.
L’anfiteatro fu costruito nella parte meridionale della città presso le mura che guardavano a Stabia, ed anche oggidì, appare meglio conservato che tutti gli anfiteatri che ho superiormente ricordati, quelli di Roma, cioè, di Verona, e di Pola; tanto esso venne solidamente fabbricato, che neppure il tremuoto e gli altri cataclismi, onde fu desolata Pompei, non poterono nuocerne le fondamenta, poco la muraglia che lo recingono, poco la gradinata della cavea, e solo vedesi danneggiato nella parte superiore; conservate per altro la prima e la seconda precinzione, benchè spogliate de’ marmi ond’erano rivestite.
L’architettura esteriore, semplice e senza alcun ornamento, non presentando che più ordini d’arcate l’una all’altra sovrapposte, come si vede praticato negli altri congeneri edificj, e non senza un certo effetto nel suo complesso, è di pietra vesuviana.
Pur esternamente si osservano cinque grandi scalinate, per le quali si ascendeva ad un deambulacrum, o gran terrazza scoperta, che corrisponde al giro esterno della seconda cavea, donde si saliva alle logge superiori di archi laterizii, destinate per le donne e per la plebe. Da questo deambulacrum, non è superfluo al visitatore delle rovine di Pompei il sapere come si goda del più delizioso orizzonte, poichè rimpetto si abbia il Vesuvio, a settentrione i monti Irpini, ad oriente i monti Lattarj, sulla china dei quali posa Sorrento, e a mezzodì Napoli e le sue isole avvolte come da una rosea nebbia trasparente.
Forse a diminuzione di spesa, e forse anche a renderlo proprio agli spettacoli di naumachia, se si avessero voluti offrire, ma che però il fatto d’essere città marittima esclude che vi si avessero a dare, perchè certo sarebbero riusciti inferiori ad ogni aspettazione ed a quelli che offerir si potevano sul mare stesso, l’edificio era stato costruito in una specie di bacino, scavato in parte artificialmente, per modo che l’arena si trovasse tanto al di sotto del livello del suolo per quanto le mura si elevavano al disopra.
Vien misurato il più gran diametro dell’anfiteatro di 130 metri, il più piccolo di 102. La direzione dell’ovale è da N. a S.: alle sue estremità si trovano i due principali ingressi, i quali mettono all’arena di forma elittica.
Appunto per la suindicata ragione, che l’arena era incavata nella terra, l’ingresso settentrionale che riesce a quella e che forma un breve porticato a vôlta, ha il pavimento lastricato di pietra vulcanica in declivio, ed ha nei lati l’incanalatura per ricevere le acque.
Due grandi nicchie sono a destra ed a sinistra di tale ingresso, le quali dovevano contenere le statue di due benemeriti cittadini, e di chi fossero ce lo rivelano le opportune iscrizioni che sotto di esse si leggono.
Quella a destra è così concepita: