ed io, tenendo conto di tali inservienti de’ pubblici trattenimenti, addito origini di pratiche pur oggidì sussistenti, e riconfermo il concetto del Savio, che disse nulla essere nuovo sotto il sole.

Questa prima cavea dell’anfiteatro era divisa da una precinzione di pietre di tufo dall’altra cavea superiore e conteneva diversi muri traversali che ripartivano il podio stesso. Così aveva quattro ripartimenti, due verso le porte di cinque gradini, e due altri nel mezzo del giro di quattro gradini assai più larghi e spaziosi, aventi poi ognuno le proprie porte separate.

La media, o seconda cavea era assegnata ai cittadini distinti, e più agiati, ai diversi collegi e ai militari ed aveva trenta gradini.

Termina finalmente colla summa cavea costituita di diciotto fila di gradini ed era riserbata al popolo e dietro di esso si collocava la plebe, dopo la quale, in bell’ordine di archi sorgevano le logge per le donne, che si formavano degli archi stessi sorretti da colonne, alle quali logge, per essere coperte, Calpurnio chiamò col nome di cattedre ne’ versi in cui rammenta di aver dovuto ascendere fin su su nell’ultima fila dell’Anfiteatro, per essere la infima e media cavea occupate da magistrati e cavalieri:

Venimus ad sedes, ubi pulla sordida veste

Inter femineas spectabat turba cathedras,

Nam quæcumque patent sub aperta libera cœlo,

Aut eques aut nivei loca densavere tribuni[127].

Tutta la cavea ha quaranta scaglioni con altrettanti vomitorj per i quali gli spettatori entravano ed uscivano ordinatamente; solo le donne avevano una separata gradinata onde accedere ai loro posti; lo che dinota ancora un riguardo che a’ dì nostri non si serba al gentil sesso ne’ teatri, e ciò malgrado che allora fosse dal diritto romano considerata la donna poco più di cosa, e adesso si pretenda che i costumi illeggiadriti ne abbiano senza confronti migliorate le condizioni.

Abbiamo già veduto nel precedente capitolo, come a temprare agli spettatori del Teatro Tragico gli ardori canicolari, fosse stato in Pompei e nelle altre città della Campania, prima che altrove, immaginato il velario, cagione di tanto scandalo a’ puritani scrittori di allora: or bene l’Anfiteatro pompeiano usava esso pure il più sovente di questa salutare costumanza. Dirò di più: la distesa del velario era tanto desiderata e voluta, che il Theatropola, od impresario di teatro, o chi dava le feste, si affrettava, nel pubblico annunzio che scrivevasi sui muri delle principali vie o de’ luoghi più affluiti di gente ad indicare che le vele e le tende non sarebbero mancate. Ho già recato nel capitolo nel quale parlai delle vie e degli affissi, quello in cui Valente Flamine perpetuo di Nerone, avvertendo che ai 28 marzo (V. Kal. aprilis) si darebbe una caccia, si dà premura di soggiungere che vi sarebbero i velarii, et vela erunt: ora, a meglio constatare la buona usanza, ne recherò due altri.