Finalmente chiuderò la descrizione dell’anfiteatro pompejano col far cenno del triclinio, che di contro al principale ingresso di esso si vede. Era uso presso gli antichi che il giorno innanzi l’esecuzione dei condannati a morte si imbandisse loro un publico banchetto, chiamato libero. In cotale occasione si largheggiava ad essi di ogni ricercata vivanda. Chateaubriand, che di tal costume favella ne’ suoi Martyrs, non può trattenersi dallo scagliarsi contro di esso, come di raffinamento della legge e come brutale clemenza del paganesimo; l’una, perchè voleva rendere la vita cara a quelli che dovevano perderla; l’altra, che non considerando l’uomo che fatto per i piaceri, ne lo voleva colmare nel mentre che spirava. Anche i gladiatori, devoti a morte, poichè non avvenisse mai che talun d’essi non restasse sull’arena, avevan diritto, prima del giorno dello spettacolo, a questo publico pasto. Era poi nella piazza cinta di muro, in prossimità al triclinio, che i gladiatori attendevano l’ora di entrare alla lotta nell’anfiteatro.
Ora poichè conosciamo il luogo che in Pompei serviva d’arringo a’ giuochi circensi, e coll’anfiteatro di questa città, possiam dire di conoscere quelli pure delle altre e anche quello più famoso di Roma; passiamo a trattare de’ ludi, che più frequentemente solevano celebrarsi in essi, e delle persone che vi pigliavano parte.
I più consueti e desiderati spettacoli dell’Anfiteatro erano le corse, che prima si facevano, come già vedemmo, nel Circo; i ludi gladiatorj e le cacce, che son le venationes che abbiamo in più affissi veduto annunziate in Pompei. Le danze, le pantomime, i canti e i suoni dei tibicini e dei fidicini erano divertimenti minori a’ quali prestavasi bensì l’anfiteatro, ma piuttosto a riempire gli intermezzi e ad illudere l’impazienza del publico che stava attendendo i principali spettacoli annunziati, anzi che a costituire di per sè un vero trattenimento.
Le Corse, o fazioni degli Auriga, il lettore s’è accorto essere state introdotte fin dai primordj di Roma, per aver io al principio ricordato il giuoco de’ Trojani: il qual non fosse infatti che un armeggiamento a cavallo. Molto più in onore in Grecia erano tenute le Corse, dove i vincitori ne’ giuochi olimpici vennero consegnati alla immortalità dagli inni di Pindaro. Colà, per responso della Pizia, a’ siffatti giuochi annettevasi la salute della Grecia. Furono perfino misurate le epoche dalle olimpiadi, ogni olimpiade essendo lo spazio de’ quattro anni che scorrevano fra due celebrazioni de’ giuochi olimpici. Dall’una all’altra olimpiade si contavano cinque anni, benchè non fossero se non se quattro compiuti. Presso gli storici la prima olimpiade comincia nel 776 prima di G. C. e 24 avanti la fondazione di Roma. Dopo la 340.ª olimpiade, che finì coll’anno 440 dell’Era Volgare, più non si trovano gli anni calcolati per mezzo delle olimpiadi.
Or si fu nella vigesima quinta olimpiade che presso quella nazione ebbe luogo la corsa del carro a due cavalli; nella ventottesima quella dei cavalli da sella; nella novantottesima corse con due cavalli da maneggio nello stadio, e nella susseguente si attaccarono ad un carro due giovani puledri condotti a mano ed un’altra corsa di un puledro montato a guisa d’un cavallo da sella.
In Roma e nelle città italiane, dove massime negli ultimi tempi della republica ed in quelli dell’impero si grecizzava, era più che ovvio che que’ giuochi si importassero con quelle discipline e seguissero nel circo dapprima e poi nell’anfiteatro e s’introducessero le corse dei cocchi o de’ carri, currus, detti anche bighe se tirate da una coppia di cavalli, quadrighe se da quattro. Dione nel lib. XXIX, cap. 28, parla delle corse dei cavalli che fecero parte dei giuochi famosi che diede Pompeo e de’ quali dirò ancora più avanti.
Le fazioni degli auriganti che si vennero presto istituendo e le quali aspiravano alla palma nei ludi circensi, erano quattro in Roma, distinte dal vario colore delle vestimenta loro, cioè verde, ceruleo, rosso o bianco, onde appellavansi Prasinæ, Venetæ, Russatæ, Albatæ. Svetonio ne fa sapere essersene di poi aggiunte altre due, l’una di stoffa aurata, e l’altra di panno porporino. I principi perfino si onoravano d’esserne i capi; così Caligola della Prasina, Vitellio della Veneta. I guidatori (agitatores) montarono in prezzo e i poeti li celebrarono, come ne fanno fede, oltre que’ di Marziale, anche i vecchi epigrammi di M. Aurelio Dione, di Diocle, di Pompeo Eusceno e di Fuseo. Così rimasero ricordati i nomi di Incitato caro a Caligola, di Prasino caro a Nerone, di Passerino e Tigri diletti a Domiziano e di Scorpo a Nerva; del quale Scorpo dettò Marziale il seguente pomposo epitaffio:
Ille ego sum Scorpus, clamosi gloria Circi
Plausus, Roma tui deliciæque breves:
Invida quam Lachesis raptum trieteride nona,