Tal cortina veniva adoperata nei teatri greci e romani per lo stesso uso che i nostri siparii, a fine di nascondere il palco scenico prima del principio della rappresentazione e negli intermezzi. Questa cortina, scrive De Rich[11], non era però sospesa come i siparii e non scendeva giù dall’alto; ma tutt’al contrario, quando cominciava la rappresentazione, si lasciava cadere la cortina entro l’incavo suddescritto, e per conseguenza, finito l’atto, si tirava su dallo stesso; quindi l’espressione aulæa premuntur[12] di Orazio, cala il sipario, significa che la rappresentazione sta per incominciare ed aulæa tolluntur di Ovidio[13], il sipario si alza, che l’atto o la rappresentazione è finita. Questo incavo entro cui scendeva l’aulæum, per essere sotto il proscenium, appellavasi con altro nome hyposcenium.
Del resto v’han di coloro che l’aulæum pretendono fosse proprio del teatro tragico soltanto, e che la commedia si servisse del siparium, che il succitato De Rich definisce una scena o paravento, adoperato nei teatri, e consistente in più spicchi, che potevano essere aperti o ripiegati l’uno sull’altro, come si fa ne’ paraventi che usiamo ora. Se non che Apulejo ha questo passo: Aulæo subducto et complicatis sipariis scena disponetur[14]; e si vede così usar egli de’ due vocaboli promiscuamente; quantunque il suo linguaggio implichi che l’aulæum era fatto calare (subductum) sotto la scena, quando lo spettacolo principiava, e il siparium era invece ripiegato in su (complicatum) nello stesso momento. Pare poi che questo ufficio di abbassare gli aulei, o siparii, de’ teatri spettasse specialmente a’ Britanni, cioè agli schiavi fatti nelle guerre della Britannia e condotti, secondo il costume, a Roma, se questi versi Virgilio pose in una sua Georgica, che vi fanno non dubbia allusione:
Vel scena ut versis discedat frontibus, utque
Purpurea intexti tollant aulæa Britanni[15].
Finalmente le due lunghe camere dietro la scena, di cui l’una doveva essere coperta, l’altra scoperta, e servivano alla preparazione degli attori, si chiamava il postscenium, o dietroscena, al quale ha tratto Lucrezio nel suo Poema al libro IV[16].
Il teatro Comico od Odeum di Pompei era della capacità di forse millecinquecento spettatori: quindi abbastanza grande per tale città, pur calcolando che alle rappresentazioni tanto sceniche che circensi traessero molti dalle città vicine e borgate. Perocchè s’egli è vero che il Teatro Tragico ne contenesse quasi quattro volte di più e l’anfiteatro molte migliaja, come a suo luogo dirò, è altresì vero che la minore importanza degli spettacoli dell’Odeum voglia essere considerata; vedendo noi pure oggidì anche nelle più vaste e popolose città esservi diversi teatri, e secondo l’entità degli spettacoli che vi si offrono, avere anche la capacità.
Compirà la descrizione materiale di questo teatro pompejano, quale fu rinvenuto cogli scavi, l’accennare come presso all’ingresso siensi vedute molte iscrizioni graffite, evidentemente da schiavi, liberti e gladiatori, taluna recante spavalde imprese, tal altra oscenità, di cui non giova tener conto; ove si eccettui d’una di quest’ultimo genere publicata dal De Clarac, che portando la data dei 13 delle calende di dicembre dell’anno del consolato di M. Messala e L. Lentulo, cioè l’anno 731 di Roma, prova l’esistenza dell’Odeum a tre anni avanti Cristo, quindi più di ottant’anni prima della catastrofe della città.
Finalmente a tutto dire di quelle particolarità che sono attinenti al teatro antico, e che possono altresì riuscire a noi di non dubbio interesse e studio, per quelle applicazioni che nella costruzione di congeneri edifizj si potrebbero fare, ricorderò che nella parte superiore di esso dov’erano le carrucole e gli altri congegni del velarium, del quale non ho a dire in questo capitolo, non occorrendo di esso perchè l’Odeo era coperto, ma me ne riserbo nel venturo, sospendevansi specie di campane di bronzo o di terra cotta chiamate echea, la cui apertura era rivolta in basso verso la scena, sicchè la voce ferendone la cavità, ne produceva il suono più chiaro e più armonioso, come si legge in Vitruvio[17]. Queste campane, o vasi di bronzo o di terra cotta, erano proporzionatamente una più piccola dell’altra, acciocchè producesse l’una il suono più acuto dell’altra, e servivano solo, come chiaramente leggesi nel detto autore, per aumentare le voci corrispondenti, non per sonarsi con de’ martelli, come taluno si è avvisato di dire.
Una particolarità che non vuol essere a questo punto negletta, sono le tessere state ritrovate negli scavi dell’Odeum, e le quali servivano, come ora servono i biglietti, per avere ingresso al teatro. Esse sono di figura circolare e di un pollice di diametro ed è a presumersi che fossero in uso anche in tutti gli altri di Roma ed altrove in quel tempo, per quanto eziandio sto adesso per dire.
La dichiarazione di esse importa venga qui fatta, perchè mi aprirà l’adito a intrattenermi più avanti del genere delle rappresentazioni.