Atque omnes implet numeros, dignissima prorsus
Florali matrona tuba; nisi si quid in illo
Pectore plus agitat, veræque paratur arenæ.
Quem præstare potest mulier galeata pudorem
Quæ fugit a sexu? Vires amat[140].
Pare, ed a ragione, così di troppo conculcata la dignità umana; ma che si dirà dinanzi il fatto di Nerone che fe’ pugnare in un giorno nell’Anfiteatro 40 senatori e 60 cavalieri? Dopo l’umiliazion della donna, succedeva quella dell’autorità. Che rimaneva omai di venerando e sacro?
Quelli nondimeno che fra tutti costoro destavano maggior pietà, erano indubbiamente i prigionieri di guerra, ai quali Tertulliano concede l’epiteto d’innocenti, per distinguerli da’ gladiatori di mestiere.
Nessuna guerra, dice Giusto Lipsio, non fu giammai più distruttiva pel genere umano quanto i giuochi del circo. Infatti si sa da Plinio il Giovane che fin da’ suoi tempi e da lui e da altri prestantissimi uomini se ne gridasse all’abolizione.
L’universale delirio per questi giuochi giadiatorj, l’affluenza del pubblico, l’intervento del principe e de’ magistrati, la descrizione di queste pugne e l’interessamento dovunque ad esse per parte d’ogni classe di persone, non escluso il sesso che suolsi appellare gentile, io dirò meglio colla viva dipintura che ne fa l’illustre poeta tedesco Federico Halm, ossia, per togliergli il velo della pseudonimia lacerato non ha guari da morte, il barone Münch Bellinghausen, nella sua tragedia Il Gladiatore di Ravenna, la quale abbiamo la fortuna d’avere egregiamente recata in italiani versi da quel chiarissimo letterato che è il prof. dottor Giuseppe Rota:
Allor che Roma pompeggiando lieta